texts about Maria Chiara Calvani artistic research

pubblicato il 23 novembre 2009 alle 14:48
scritto da Cristina Petrelli
tematiche affrontate: video

Riflessioni sul lavoro di una giovane artista, romana d’adozione, Maria Chiara Calvani, in mostra nella Galleria Edieuropa, a cura di Sara Rella, nell’ambito di una rassegna dedicata alla video-arte contemporanea.

Sin dalla nascita è con noi. Se volessimo disfarcene non riusciremmo a cancellarlo del tutto. In qualche angolo buio, anche solo della nostra coscienza, ne resterebbe traccia.

Veduta dell'installazione_Video Intenti_Galleria Edieuropa_Roma_2009

«[…] È un nome così comune … qualche volta avrei voglia di dimenticarlo anch’io. Purtroppo però non è che uno se lo possa dimenticare facilmente, il proprio nome». Sono le parole che Murakami Haruki fa pronunciare a uno dei protagonisti di After Dark e conducono direttamente a ciò che più mi interessa: riflettere sul nome. Non lo si può scegliere, viene imposto, ed è un attributo identitario al pari dell’aspetto fisico. Il nostro nome siamo noi stessi. In Un cuore in estate, recente video-intervista a Lucilio Santoni, ho ritenuto di iniziare proprio da questo, dal suo nome. Un nome racconta molte cose; è sempre figlio del proprio tempo. Conservo una piccola agenda dove annoto i nomi che più mi hanno colpito: Arcangelo, Sestilio, Settimio, Quirino, Virinia e, quando è possibile, anche i soprannomi: Ilarione detta Ione, Elodia detta Laurina. All’interno di una comunità un soprannome può arrivare ad identificare un nucleo familiare per generazioni.

Pochi giorni fa, una signora che conosco, mi ha raccontato l’origine del proprio nome. La storia riporta indietro, alla Seconda Guerra Mondiale, quando il padre perdette un caro amico. Lui sopravvisse mangiando bucce di patata, mentre il suo compagno non ce la fece e così decise che avrebbe mantenuto vivo il ricordo di quella persona dandone il nome al proprio figlio. Nacque una femmina e, anche se il nome era tipicamente maschile, la promessa andava mantenuta. In quella “a” finale, insolita, si conserva una memoria, viene a sedimentarsi il tempo, si veicolano dei contenuti.

In After Dark potremmo assegnare ad alcuni nomi proprio il ruolo di “rafforzativi semantici”, come nel caso delle due sorelle protagoniste: «[…] Eri e Mari. Solo una sillaba diversa». Puntualizzazione non da poco, che sposta l’attenzione sulle loro esistenze e, più in generale, sugli innumerevoli condizionamenti a cui si viene sottoposti. «Prendi voi due, per esempio, – citando ancora il romanzo di Murakami Haruki – siete nate dagli stessi genitori, siete cresciute nella stessa casa, siete entrambe ragazze: come mai avete sviluppato due personalità completamente diverse? C’è stato un momento in cui le vostre strade si sono divise?».

Il modo di pensare, di agire, di essere di una persona è la risultante di una serie di fattori. Su questo, sui condizionamenti consci e inconsci, si concentra una parte del lavoro di una giovane artista, romana d’adozione, Maria Chiara Calvani (Perugia, 1975): «A volte non si è ciò che si pensa di essere, ma quello che gli altri ci hanno voluto cucire addosso senza lasciarsene accorgere, questo è un fatto. Arrivare ad esserne coscienti è possibile, questo è un altro fatto. Il terzo fatto è questo: possiamo liberarcene?».

Il secondo appuntamento di Video Intenti, conclusasi lo scorso 24 ottobre a Roma presso Palazzetto Cenci sede della Galleria Edieuropa, ha visto protagoniste Maria Chiara Calvani e Silvia Camporesi. L’evento, a cura di Sara Rella, rientra in una rassegna dedicata alla video-arte contemporanea. In Non ci sono più numeri da prendere, la video-installazione di Maria Chiara Calvani, l’artista attinge alla propria infanzia evocando le storie che la nonna le raccontava nei pomeriggi di primavera per farla addormentare. Parole e voce che sono entrate a far parte di lei, indissolubilmente legate al suo essere nel mondo, alla sua quotidianità.

Nel video si vede la mano di una donna anziana intenta a ricamare; l’ago buca il tessuto, ripetutamente, entrando senza mai uscire. Un movimento insistito, ossessivo, ipnotico, che si accompagna al ritmo della storia di Sant’Alessio narrata dalla nonna dell’artista. La sua voce risuona nell’ambiente dove, accanto al video, è esposto un abito in cotone bianco. Un vestito sul quale l’artista ha ricamato, lettera dopo lettera, tutto il testo della filastrocca che udiamo raccontare. Le parole si susseguono, l’una dopo l’altra, avvolgendo la veste con un andamento spiraliforme che dal collo arriva fino all’orlo della gonna.

Dal racconto orale alla parola scritta, i contenuti si tramandano da una generazione all’altra e penetrano in noi, nei nostri gesti, nel modo di vivere. Allo stesso modo, Maria Chiara Calvani si sofferma sulle ninne-nanne. Le espone ricamate con del filo bianco su tela bianca di cotone. Tu che mi guardi tu che mi racconti – mothers and daughters stories sono presenze silenziose, storie in cui non trova posto il canto. La solitudine non viene colmata.

…Nel lavoro di Maria Chiara Calvani le parole sono simboli che compongono una realtà senza scelta: -A volte non si e’ cio’ che si pensa di essere, ma quello che gli altri ci hanno voluto cucire addosso senza lasciarcene accorgere, questo e’ un fatto’. Sono parole sussurrate con un filo di voce e stampate nella memoria, come ricamate sulla pelle. Simboli cuciti addosso attraverso racconti, visioni emotive che si sono fuse al corpo, che sono divenute pensiero, impossibile liberarsene. Nelle immagini, nel ritmo, nella voce, i fitti ricami di una vita…

Sara Rella

Videointenti, galleria Edieuropa, Roma, 2009

…Se questo flusso che attraversa la nostra mente si verifica però mentre dormiamo, smette di essere un “processo mentale futile e caotico” per prendere le sembianze di quello che noi chiamiamo “sogno”. Il lavoro onirico, come ci ha svelato Freud ormai più di un secolo fa, ha una sua logica grazie alla quale il nostro inconscio ci parla. È stata proprio la scoperta dell’Unbewusstsein una delle più importanti rivoluzioni del XX secolo, tale da cambiare il nostro modo di pensare e la concezione di noi stessi. Ci ha introdotti ad una sorta di mondo parallelo che “non conosce né giudizi di valore, né il bene e né il male, e nemmeno la moralità” (S. Freud). Ed è proprio questo mondo parallelo che indaga Maria Chiara Calvani con il suo lavoro di artista e, in particolare, con il video The sleeping city: una serie di persone, sedute su una sedia in un parco, raccontano i propri sogni legati ad uno specifico territorio. Il vestito bianco e l’inquadratura tagliata all’altezza del volto rendono queste voci qualcosa di etereo e “spersonalizzato”, in grado però di creare un mondo altro, fatto solo di racconti ma altrettanto “reale”: una sorta di città parallela o città invisibile…

Silvano Manganaro

Le sinapsi il mondo e quel che resta del pensiero, galleria Vanna Casati, Bergamo, 2009.

LA TERRA DEL SONNO

La “Terra del sonno” che Maria Chiara Calvani ci invita ad esplorare non è il territorio onirico dei Surrealisti, non è abitata dalla violenza del desiderio e dal rigore della censura, non genera visioni inquietanti radicate nell’inconscio dell’individuo ma chiamate ad insidiare la stabilità dell’intera compagine sociale.
E’ una terra concreta e feconda come quella coltivata dai contadini che vivono sulle sponde del Trasimeno. Contadini che, nel video, seduti di fatto sui campi dai quali trae alimento la loro comunità ci raccontano i propri sogni, in dialetto, come li racconterebbero ad un amico.
Questo, naturalmente non vuol dire che uno psicanalista non potrebbe usare le storie narrate come tracce da cui risalire alle rimozioni infantili di ciascun sognatore e con esse all’eterno, immancabile, teatrino edipico, (con annessi e connessi), vuol dire soltanto che il punto di vista adottato è un altro. E’ un punto di vista assai più simile a quello del mito e della fiaba.
Volendo potrebbe anch’esso essere definito “terapeutico”, a patto però di pensare ad una terapia non della persona ma del sistema di scambi che come tale la individua. Allo stesso modo potrebbe essere definto “politico”, a patto però di pensare ad un’azione che nasce dal basso, da un allargamento del dialogo a temi e nodi che in genere vengono tralasciati perché considerati attinenti soltanto al privato, ad un uso non progettuale dell’immaginazione.
E proprio qui sta il punto, l’intuizione su cui da anni lavora la nostra artista, il sogno guarisce e sovverte anche se non è decriptato e riconsegnato al suo autore per fare di lui un un uomo nuovo, un potenziale rivoluzionario. L’importante è che venga comunicato, condiviso, rielaborato insieme . In altre parole messo in circolazione secondo una strategia di accrescimento esponenziale dove comunque la quantità sia subordinata alla qualità .
Con buona pace dell’economia globalizzata, ogni giorno si producono più sogni che automobili, frigoriferi o computer. Più sogni che bombe.
Ci sono voluti oltre dieci anni per capire che non esistono bombe intelligenti. Quanti ce ne vorranno per capire che non esistono sogni stupidi? Che non esiste un’ uso privato ed un uso pubblico dell’immaginazione, ma solo un uso inibito ed uno allargato dei suoi principi costitutivi? Del suo potere d’incanto, tanto più incoercibile quanto più elementare?

Paolo Balmas

Io Sogno Io amo Io sono, galleria Embrice, Roma, 2008.


Galleria Vanna Casati Bergamo 2009

Frammenti dell’ Intervista a Maria Chiara Calvani in occasione della personale presso Federculture, Roma 2009

di Massimiliano Maiello

Analizzando le tue opere si nota che il racconto riveste un ruolo molto importante, ma cosa significa per te raccontare una storia?

…Il mio obiettivo non è costruire un immaginario artificioso, al contrario tirare fuori l’immaginario dalla realtà, aggiungendo valore narrativo alla pratica artistica… La realtà è fonte preziosa di narrazioni che vale la pena raccontare. Mi interessano le storie che ognuno porta dentro sé, mi piace pensare di salvarle dalla dimenticanza facendole conoscere agli altri, mi interessa chi racconta, chi ascolta…
Il racconto è vita e l’arte per me coincide con la vita. Pino Pascali afferma: “l’arte è un sistema per cambiare le cose, […] inventare la scodella sarebbe accademia, […] l’arte dà la possibilità di cambiare”, uno dei modi per cambiare la realtà è ascoltarla…

Osservando l’opera intitolata “La mia Santa preferita” ho percepito un rapporto particolare con tua nonna. In che modo i tuoi nonni hanno avuto un ruolo nella tua arte?

E’ stato molto importante, per il mio percorso artistico, aver pasato del tempo con i miei nonni, tornare a quando ero bambina, ricordare i pomeriggi passati con mia nonna paterna… i genitori lavoravano fino a tardi, passavo intere giornate con la nonna, lei mi raccontava… pregava e raccontava. Con la maturità sono tornata da loro, dal nonno, dalla nonna, alle loro pratiche domestiche agli oggetti della loro quotidianeità con cui lentamente interagiscono… i primi tempi sembrava come tornare indietro nel tempo l’odore della cucina prima dell’ora di pranzo sapeva di salvia e di olio d’oliva come allora … Ora trascorrere del tempo insieme a loro è quasi diventato un rituale…osservando il loro fare sto imparando a dare sempre più valore alle azioni semplici…

Parliamo di “LeGgenda”, l’opera con cui hai conquistato la giuria popolare di questo concorso. Mi sembra che rappresenta in maniera molto chiara l’importanza che dai al rapporto tra spazio, racconto e memoria.
L’unicità dei lughi la fanno le esperienze personali che sono collegate ad essi. L’idea di fondo di LeGgenda è quella di individuare luoghi capaci di raccontare… Ho passato venti giorni con Dante, il guardiano di un area romana che vive da quaranta anni lì. In questo lasso di tempo siamo diventati amici, lui mi ha raccontato la sua vita, aneddoti e alcune piccole confidenze, indicandomi i vari luoghi scenari di questi ricordi, spazi che diventano dei punti speciali, per esempio la siepe da cui ogni tanto spunta una volpe o la casa in cui vedeva la finale del Mondiale del 1982 insieme all’amico Giovanni… Così è nata una leggenda di ricordi e memorie che ho sovrapposto alla legenda del piano regolatore di trasformazione urbana della città…

Il sogno è l’altro elemento ricorrente nelle tue opere. Che cosa è il sogno per te, che ruolo riveste nella vita quotidiana?

I miei progetti spesso implicano a monte una conoscenza profonda con le persone. A loro chiedo di raccontarmi i loro sogni o le storie dei loro vissuti, trovo naturale stabilire dei legami di fiducia e di dialogo prima di lavorare insieme. L’aspetto narrativo rimane un elemento fondante della mia ricerca… Nei miei video “La città del sonno” e “La terra del sonno” i volti dei narratori non si vedono, è necessario che chi osserva possa concentrarsi sui racconti dei sogni che lentamente tracciano una mappatura onirica dei luoghi della città… Leggendo i miei sogni potrei ricostruire la mia vita ritrovando in essi persone ,oggetti, cose e legami che nascono durante il giorno…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: