IL MIO DIARIO

3.3.15
Una lettera da parte di sabine Oberti
Cara Mariachiara,
Ti prometto: lo tradurò ma in questo momento, non c’ho tempo. Invece volevo assolutamente scriverti prima della mia partenza a Parigi. Ci rimarrò 10 giorni. Ma forse riuscirai a tradurlo da sola. Ecco :
Cela fait déjà un peu de temps que je voulais t’écrire. T’écrire parce que parler en italien me fait perdre les nuances de ma pensée.
Je n’ai en effet jamais trouvé les mots justes pour te dire à quel point travail d’artiste est remarquable.
J’avais noté lors de notre collaboration pour Open House ta formidable capacité à tenir ton projet, à le faire vivre et lui donner son sens et ton empreinte. Le temps est passé et je constate que tu as acquis de la maturité dans ton travail déployant la même belle énergie et surtout en posant chaque fois un acte politique. Politique au sens de ” politis” : intérêt pour la société. 
Tu entraînes avec toi des gens, des quidams qui n’auraient jamais pensé interagir dans ce monde fermé qu’est celui de la Culture.
“Si la montagne va pas à Mahomet, c’est Mahomet qui va vers la montagne “
Ton travail est un travail d’engagement qui n’exclut pas l’esthétique du Beau mais qui lui donne un reflet sociétal et social vraiment intéressant et généreux –
Oui , ton parcours artistique est généreux et humain.
Créer par exemple  un “ufficio d’ascolta” est tout simplement génial.  
Si je devais trouver le verbe qui définirait le mieux ton travai, je dirai “Tisser”.  
Les proverbes en disent long sur le croisement des mots , des fils qui servent à les écrire.Actrice de la société qui en impliquent d’autres pour tisser du lien , le lien entre les hommes avec leur mémoire.Tu es une pure démocrate et je suis fière de t’avoir rencontré tant au niveau artistique qu’humain , tant au niveau de la noblesse de ton Art que de sa mise en pratique.
J’aime ton engagement doux mais solide où sans la violence de cette époque , il réussit à toucher plus de gens qu’un discours politique.
Tu construis l’espérance là où d’autres la détruisent.
Alors merci … Merci tout simplement en ma qualité de citoyenne , d’humaine et d’amoureuse de l’Art.
Je t’embrasse 

 

 

Un rigogolo porta il messaggio agli zingari da parte dello “zingaro padre, quello di lassù” di farsi anch’essi un edificio sacro, così come si son fatte tutte le leggi. Il loro capo riunisce allora tutti gli zingari e viene deciso di costruire una chiesa in un pezzo di pentola, all’ombra del cancello, in mezzo al villaggio. Sia fatta di cicuta, i puntoni siano di salsiccia, il tetto di focacce e le iconi di lardo. I metalli, per quanto preziosi, si rompono, ammuffiscono, arrigginiscono. Il campanile si adi zampa di cane, la campana di testa di porco, il prete di miglio scorticato.

Ecco la chiesa zingara pronta. E’ di cacio dolce:

 

Quando ci batterà il vento

Ci scorra giù il burro.

 

La porta:

Di lardo grasso

Per vedere i santi

Il loro arciprete prega.

E in cinque anni l’han costruita

Ed in tre giorni l’hanno mangiata

Il quarto giorno vanno a seppellire il prete:

Sul poggio del giardino

Ove s’adunano i cani.

 

Ecco anche particolari sull’Arciprete Zingaro.

Dopo essersi costruita la chiesa, gli zingari cercano di mettervi il prete. Trovano un vecchio zingaro:

Bianco come la marmitta,

Nero come il tizzone,

E affamato com eil cane.

Alto e con gli occhi fuor dalle orbite,

Camuso e labbrone;

Sul mantice coricato.

Con gli occhi sgranati,

Digrigna coi denti,

Sbadiglia colla bocca

E bestemmia la croce.

 

Lo eleggono arciprete e lo vestono con un copricapo di pelle di porco, l’abito talare più sfilacce che stoffa. L’eletto siede sull’incudine e si mette a leggere. Trova tutti peccatori  e uno dopo l’altro fa loro in fronte il segno della croce con un grosso randello, liberandoli così dalla vita.

Le feste sono pure significative. Alla Pasqua degli zingari la nera turba invita l’arcivescovo a scegliere un prete. Quegli prende la giubba, quella cara foderata ahimè, viene dagli zingari ed elegge uno di essi, che sapeva di lettere, perchè proprio allora si grattava le spalle. Lo stesso arciprete gli da una lezione.

Zampa d’oca

Pensiero di mosca

Il sacerdote, unto secondo la legge, prepara il cibo pasquale: catrame, uova di cavallo, crenno, tutto mescolato con mandragola. Il giorno di Pasqua, quando gli zingari ne assaggiano, saltano su, poi cadono giù e non dicono più nulla (cioè restano morti) Gli altri sono presi d’ira e uccidono il prete, poi divorano la chiesa.

 

Petri Iroaie Vite e poesia popolare romena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia.

Queta’mi allor per non farli più tristi;

Lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perchè non t’apristi?”

Dante Alighieri

XXIII canto dell’inferno

 

La fiaba: Il ginepro

Molto tempo fa, saran duemila anni, c’era un ricco che aveva una moglie bella e pia; si volevano molto bene, ma non avevano bambini. Essi li desideravano tanto ma, per quanto la donna pregasse il buon Dio giorno e notte, i figli non venivano mai. Davanti alla loro casa, in cortile, c’era un pianta di ginepro. Un giorno, d’inverno, la donna sedeva sotto il ginepro intenta a sbucciarsi una mela e, sbucciandola, si tagliò un dito, e il sangue cadde sulla neve. “Ah” disse la donna sospirando e, tutta mesta, guardava quel sangue “avessi un bambino rosso come il sangue e bianco come la neve!” Come ebbe pronunciato queste parole, gioì in cuor suo, come se avesse avuto un presentimento. Andò a casa e passò una luna e la neve scomparve; dopo due lune la terra tornò a diventare verde; dopo tre lune spuntarono i fiori; dopo quattro lune gli alberi del bosco si colmarono di linfa e i rami verdi si intricarono fitti: gli uccellini cinguettavano da far risuonare tutto il bosco e i fiori cadevano dagli alberi; passata la quinta luna, la donna se ne stava sotto il ginepro e l’odore della pianta era così dolce che il cuore le scoppiava di gioia, ed ella cadde in ginocchio per la grande felicità; dopo la sesta luna i frutti ingrossarono, ed ella si chetò; alla settima luna colse alcune bacche del ginepro e le mangiò avidamente e si fece triste e si ammalò; passò l’ottava luna, ed ella chiamò suo marito e disse piangendo: “Se dovessi morire, seppelliscimi sotto il ginepro”. Poi si consolò e tornò a rallegrarsi, fino a quando, trascorsa la nona luna, le nacque un bambino, bianco come la neve e rosso come il sangue, e quando ella lo vide, la sua gioia fu così grande che morì.

Allora il marito la seppellì sotto il ginepro e pianse amaramente; dopo qualche tempo incominciò a calmarsi, pianse ancora un pò, poi di smise di disperarsi e, dopo un’altro pò, riprese moglie. Dalla seconda moglie ebbe una figlia, mentre dalla prima aveva avuto un maschietto, rosso come il sangue e bianco come la neve. Quando la donna guardava la figlia, le voleva tanto bene; ma quando guardava il bambino, si sentiva trafiggere il cuore e le sembrava che egli la ostacolasse in ogni cosa. Pensava sempre a come fare avere a sua figlia tutta l’eredità; ispirata dal maligno si mise a odiare il ragazzo, e lo cacciava da un angolo all’altro, e lo picchiava, sicché‚ il povero bambino aveva sempre tanta paura; quando usciva di scuola non aveva più pace.

Una volta la donna era salita in camera; poco dopo vi giunse anche la figlioletta e disse: “Mamma, dammi una mela”. “Sì, bimba mia” disse la donna e tirò fuori dal cassone una bella mela. Il cassone aveva un gran coperchio, pesante, con una serratura di ferro grossa e tagliente. “Mamma” disse la bimba “anche mio fratello potrà averne una?” La donna si indispettì, ma disse: “Sì, quando torna da scuola”. E, quando lo vide arrivare dalla finestra, come se fosse posseduta dal maligno, strappò la mela a sua figlia e disse: “Non devi averla prima di tuo fratello”. Poi gettò la mela nel cassone e lo richiuse. Quando il bimbo entrò, invasata dal diavolo, gli disse simulando dolcezza: “Figlio mio, vuoi anche tu una mela?” e lo guardò con il volto sconvolto. “Mamma” disse il bambino “hai una faccia che fa spavento! Sì, dammi una mela!” Le parve di dovergli fare animo. “Vieni con me” disse, e sollevò il coperchio “prenditi una mela.” E quando il bimbo si chinò, il diavolo la consigliò e, paff!, ella chiuse il coperchio sbattendolo, sicché‚ la testa schizzò via e andò a cadere fra le mele rosse. Allora ella fu presa dalla paura e pensò: “Potessi allontanarlo da me!”. Andò di sopra nella sua camera e prese dal primo cassetto del suo comò un fazzoletto bianco, appoggiò nuovamente la testa sul collo e lo fasciò con il fazzoletto, in modo che non si vedesse niente; mise a sedere il bambino davanti alla porta con la mela in mano. Poco dopo Marilena andò in cucina da sua madre che se ne stava davanti al focolare a rimestare una pentola d’acqua calda. “Mamma” disse Marilena “mio fratello è seduto davanti alla porta ed è tutto bianco e ha in mano una mela; gli ho chiesto se me la dava, ma non mi ha dato risposta; allora mi sono spaventata.” “Vacci ancora” disse la madre “e se non ti risponde di nuovo, dagli una sberla!” Allora Marilena andò e gli disse: “Fratello, dammi la mela!” ma questi continuava a tacere ed ella gli diede uno scapaccione, e la testa ruzzolò per terra. Atterrita, si mise a piangere e a singhiozzare, e corse dalla mamma a dirle: “Ah, mamma! ho staccato la testa a mio fratello!”. E piangeva e piangeva e non voleva darsi pace. “Marilena” disse la madre “cos’hai fatto! Ma chetati che nessuno se ne accorga, tanto non si può farci niente: lo cucineremo in salsa agra.”

La madre prese il bambino e lo fece a pezzi, lo mise in pentola e lo fece cuocere nell’aceto. Ma intanto Marilena se ne stava lì vicino e piangeva e piangeva e le lacrime finivano tutte nella pentola e non c’era bisogno di sale. Quando il padre tornò a casa, si sedette a tavola e disse: “Dov’è mio figlio?”. In quel mentre la madre portò un piatto grande grande, pieno di carne in salsa agra, e Marilena piangeva da non poterne più. Allora il padre ripeté: “Dov’è mio figlio?”. “Ah,” disse la madre “se n’è andato in campagna, dal prozio; vuol fermarsi un pò là.” “Che ci va a fare? E senza neanche salutarmi!” “Bè aveva voglia di andarci e mi ha chiesto se poteva fermarsi sei settimane. Starà bene là.” “Ah” disse l’uomo “mi dispiace proprio! Non è giusto, avrebbe dovuto dirmi almeno addio!” Detto questo, incominciò a mangiare e disse: “Marilena, perché‚ piangi? Tuo fratello ritornerà”. “Ah, moglie” aggiunse poi “che roba buona è mai questa, dammene ancora!” E più ne mangiava, più ne voleva e diceva: “Datemene ancora, e voi non mangiatene: è come se fosse roba mia”. E mangiava e mangiava buttando tutte le ossa sotto la tavola, finché‚ ebbe finito.

Marilena intanto andò a prendere il suo più bel fazzoletto di seta dall’ultimo cassetto del suo comò, raccolse tutte le ossa e gli ossicini che erano sotto la tavola, li depose nel fazzoletto di seta e li portò fuori, piangendo calde lacrime. Li mise nell’erba verde sotto il ginepro, e come l’ebbe fatto si sentì meglio e non pianse più. Allora il ginepro incominciò a muoversi, i rami si scostavano e poi si riunivano di nuovo, come quando uno è contento e fa così con le mani. Poi dalla pianta uscì una nube e sembrava che nella nube ardesse un fuoco, e dal fuoco volò fuori un bell’uccello che cantava meravigliosamente e si alzò a volo nell’aria; e quando se ne fu andato, il ginepro tornò come prima e il fazzoletto con le ossa era scomparso. E Marilena era felice e contenta, proprio come se il fratello fosse ancora vivo. Se ne tornò a casa tutta allegra, si mise a tavola e mangiò.

L’uccello intanto era volato via, si era posato sulla casa di un orefice e si era messo a cantare:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

L’orefice era nella sua bottega e stava lavorando una catena d’oro quando udì l’uccello cantare sul suo tetto, e trovò quel canto bellissimo. Si alzò per uscire e perse una pantofola, ma volle andare lo stesso in mezzo alla strada, anche se aveva una pantofola e una calza. Aveva indosso il suo grembiule di cuoio e in una mano teneva la catena d’oro, nell’altra le tenaglie; e il sole splendeva illuminando tutta la strada. Si fermò a guardare l’uccello. “Uccello” disse “come canti bene! Cantami ancora una volta la tua canzone.” “No” rispose l’uccello “non canto due volte senza una ricompensa: se mi dai la catena d’oro te la canterò di nuovo.” “Eccotela” disse l’orefice “e ora canta ancora!” Allora l’uccello discese a prendere la catena d’oro, la prese con la zampa destra, si posò davanti all’orefice e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

Poi l’uccello volò alla casa di un calzolaio, si posò sul tetto e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

Il calzolaio l’udì e corse davanti alla porta in maniche di camicia. Guardò sul tetto e dovette ripararsi gli occhi con la mano perché‚ il sole non lo abbagliasse. “Uccello” disse “come canti bene!” E chiamò dalla porta: “Moglie, vieni giù, c’è un uccello che canta così bene!”. Poi chiamò sua figlia, i figli e i garzoni, il servo e la serva e tutti andarono in strada a vedere l’uccello. Com’era bello! Le sue piume erano rosse e verdi, e attorno al collo sembrava tutto d’oro, e gli occhi gli brillavano come fossero stelle. “Uccello” disse il calzolaio “cantami ancora una volta la tua canzone.” “No” rispose l’uccello “non canto due volte senza una ricompensa: devi regalarmi qualcosa.” “Moglie” disse l’uomo “vai in solaio; sull’asse più alta c’è un paio di scarpe rosse: portale qui.” La donna andò a prendere le scarpe. “Ecco qua, uccello” disse l’uomo “ora cantami di nuovo la tua canzone.” L’uccello scese a prendere le scarpe con la zampa sinistra, poi volò sul tetto e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

Quando ebbe finito di cantare, volò tenendo la catena nella zampa destra e le scarpe nella sinistra. Volò lontano fino a un mulino, il mulino girava: clipp clapp, clipp clapp, clipp clapp. E nel mulino c’erano venti garzoni che battevano una macina con il martello: tic tac, tic tac, tic tac. E il mulino girava: clipp clapp, clipp clapp, clipp clapp. Allora l’uccello volò su di un tiglio davanti al mulino e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato”

e uno smise di lavorare,

“e mio padre mi ha mangiato.”

Altri due smisero di lavorare e ascoltarono,

“Marilena, la mia sorella,”

altri quattro smisero di lavorare,

“l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato,”

(solo otto battevano ancora)

“e sotto il ginepro,”

(ancora cinque)

” ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

Allora anche l’ultimo smise di lavorare e poté ancora sentire la fine. “Uccello” disse quest’ultimo “come canti bene! Lascia che senta pure io, canta di nuovo.” “No” rispose l’uccello “non canto due volte senza una ricompensa: se mi dai la macina canterò di nuovo.” “Sì” disse l’uomo “se solo fosse mia te la darei.” “Sì” dissero gli altri “se canta di nuovo l’avrà.” Allora l’uccello scese e i mugnai, tutti e venti, con l’aiuto di una leva sollevarono la macina: Oh! oh, op! Oh, oh, op! Oh, oh, op! L’uccello vi introdusse il capo e la mise come un collare; poi tornò sull’albero e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

Quand’ebbe finito di cantare, distese le ali e aveva nella zampa destra la catena, nella sinistra le scarpe e la macina intorno al collo; e volò via verso la casa di suo padre. Nella stanza il padre, la madre e Marilena erano a tavola, e il padre disse: “Ah, che gioia, mi sento felice!”. “No” disse la madre “io ho paura, come quando sta per arrivare un gran temporale.” Marilena invece se ne stava seduta e piangeva, piangeva. In quel mentre arrivò l’uccello e, quando si posò sul tetto, “Ah” esclamò il padre “sono tanto felice, e come splende il sole là fuori! è come se dovessi rivedere un vecchio amico!”. “No” disse la donna “io ho tanta paura: mi battono i denti ed è come se avessi del fuoco nelle vene!” E si strappò il corpetto e tutto il resto. E Marilena se ne stava seduta in un angolo a piangere, tenendo il grembiule davanti agli occhi, e lo bagnava di lacrime. Allora l’uccello si posò sul ginepro e cantò:

“La mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato. Marilena, la mia sorella, l’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato!”

“Ah, mamma!” esclamò l’uomo “c’è fuori un bell’uccello che canta tanto bene! e il sole è così caldo! e par di sentire odor di cinnamomo.”

“Marilena, la mia sorella,”

Allora Marilena mise la testa sulle ginocchia e si mise a piangere a dirotto, ma l’uomo disse: “Vado fuori, devo vedere l’uccello da vicino”. “Ah, non andare!” disse la donna “a me pare che tremi tutta la casa e che sia in fiamme.” Ma l’uomo uscì a guardare l’uccello.

“L’ossa ha legato con la cordicella; una corda di seta ha usato, e sotto il ginepro ha tutto celato. Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato.”

Terminato il canto, l’uccello lasciò andare la catena d’oro proprio intorno al collo dell’uomo, e gli stava a pennello. Allora l’uomo rientrò e disse: “Vedessi che bell’uccello! mi ha regalato una catena d’oro ed è così bello!”. Ma la donna aveva una gran paura e cadde a terra lunga distesa e la cuffia le cadde dalla testa. E l’uccello cantò di nuovo:

“La mia mamma mi ha ammazzato”

“Ah, potessi sprofondare sotto terra, da non doverlo sentire.”

“E mio padre mi ha mangiato”

La donna stramazzò a terra, come morta.

“Marilena, la mia sorella,”

“Ah” disse Marilena “voglio uscire anch’io; chissà se l’uccello regala qualcosa anche a me!” E uscì.

“L’ossa ha legato con la cordicella, una corda di seta ha usato,”

E l’uccello le gettò le scarpe.

“E sotto il ginepro ha tutto celato Cip! Cip! Che bell’uccello ha qui cantato.”

Allora Marilena si sentì felice e piena di gioia. Infilò le scarpette rosse, si mise a danzare e corse in casa. “Ah” disse “ero così triste quando sono uscita, e adesso sono così allegra! Che uccello magnifico! mi ha regalato un paio di scarpette rosse.” “No.” disse la donna, saltò in piedi e i capelli le si rizzarono sulla testa come fiamme “mi sembra che il mondo stia per crollare; uscirò anch’io: forse starò meglio.” Ma come oltrepassò la soglia, paff!, l’uccello le buttò la macina sulla testa, ed essa stramazzò a terra morta. Il padre e Marilena sentirono e corsero fuori: fumo e alte fiamme si sprigionarono dal suolo e, quando tutto cessò, ecco il fratellino che prese per mano il padre e Marilena. Tutti e tre felici entrarono in casa e si misero a tavola a mangiare.

Fratelli Grimm

LE NORNE

Nella mitologia medioevale degli scandinavi, le Norne sono le Parche. Snorri Sturluson, che all’inizio del duecento ordinò quella dispersa mitologia, ci dice che le più importanti sono tre e si chiamano Passato Presente e Futuro. Il sospetto che quest’ultima notizia sia una raffinatezza, o un’aggiunta di natura teologica è del tutto verosimile; gli antichi germani non erano propensi a simili astrazioni. Snorri descrive tre fanciulle accanto a una fonte, ai piedi dell’albero Yggdrasil, che è il mondo. Tessono, inesorabili, la nostra sorte.

Il tempo (di cui sono fatte) le andò dimenticando, ma verso il 1606 William Shakespeare scrisse la tragedia Macbet, dove compaiono nella prima scena. Sono le tre streghe che predicono ai guerrieri il destino che li aspetta. Shakespeare le chiama le weird sister, le sorelle fatali, le Parche. Wyrd, per gli anglosassoni era la divinità silenziosa che regnava su mortali e immortali.

Jeorge Luis Borges

Domani nessuno deve lavorare, tessere, filare, fare il pane, si perchè altrimenti si fa vivo un enorme gatto dai denti affilati che aggredisce e ferisce, si chiama Martirberri, dice così una antica leggenda del nostro paese per accompagnare l’ultimo giorno di carnevale.
“No mi neris cattò
ca Martirberri sò,
ca eo sò Martirberri,
benìu sò po di verri!!!”
Domani le antiche maschere del carnevale ulassese denominato da sempre ” Su Maimulu” usciranno allo scoperto per questuare e metter paura, c’è chi sbarrerà la porta e chi inviterà da bere…

E ‘ntrì n’trì

setti fimmini ppi ‘ntarì ; (il tarì era una moneta antica)

lu tarì è stralucenti

setti fimmini ppi ‘nsirpenti;

lu sirpenti javi la cura (javi: ha)

setti fimmini ppi na mula;

e la mula jetta cauci (jetta : getta cauci:calci)

setti fimmini ppi na fauci;

e la fauci evi tagghenti

setti fimmini ppi ‘nsirpenti;

u sirpenti evi muzzicarolu

setti fimmini ppi cannolu;

lu cannolu evi ri canna (evi: è)

setti fimmini ppi na manna;

e la manna evi ri linu

setti fimmini ppi parrinu;

lu parrinu rici la missa

e si la senti la batissa;

la batissa frii l’ora (frii: frigge)

e si li mangia mastru Nicola;

Mastru Nicola jiu ‘nta chiazza (jiu: andò)

ppi ccattari ‘na cipuddazza; (cattari: comprare)

cipuddazza nu ni truvau

tutta la barba si tirau

Palla pallitta signuri e cummari

aju na figghia ca voli giucari

voli giucari o trentatrì

uno dui e tri

tavula vecchia tavula nova

cà si muccia e cà si trova

Lucia di terra e fuoco (Sicilia Giardini Naxos)

U lupu di mala cuscenza comu fa pienza

a pignata taliata un bugghi mai

si ad ogni cani chi abbai ci tiri na pietra un t’arrestiru vrazza

quannu u piru è maturu si cogghi sulu

cu mancia fa muddichi

i guai da pignata i sapi a cucchiara ca li rimina

sugnu appuggiato na sta cantunera dimmi cu sugnu e non mi diri cu era

a superbia arriva a cavaddu  e sinni torna a piedi

Pino (Giardini Naxos)

invatà sà tràiesti

ca si cum ai avea

de trait si mult si poco

 Negoziante Monastira Humor Romania

Quem vai à guerra dà e leva

O peixe muorre pela boca

Quem semeia ventos colle tempestades

Quem vai do mar puede o lugar

Margarita Lisboa-India

rosa al petto in cerchio

ballavo con chi capitava,

girai talmente tante volte

e la rosa si sfogliava…
chi ha
chi ha
l’amore al modo suo
colga la rosa bianca
se la ponga al petto
oh roseto, rosetino,
roseto del mio giardino
se le rose ti piacciono tanto

perché non ti piaccio anch’io?

il video è stato filmato a Sintra in un posto magico “palacio da pena” (guarda una foto mia con i capelli corti nel “palacio da pena”)

Traduzione di Rosa Branca di Marta Alexandra Da Silva Luis

Una giornata a Villa Adriana

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Photo by Alba Rossi

Io  Filizi e la palazzina di Viale Jenner 27 (maggio 2013)

Siamo si fronte alla palazzina.. di Luigi Moretti io e Filizi aspettiamo che qualcuno esca per potergli chiedere se è possibile visitare almeno il  corpo scala dell’edificio. In realtà il nostro obiettivo è quello di entrare all’interno di uno degli appartamenti anche se di questi tempi non è facile, le persone sono diffidenti e se non conosci nessuno che abita all’interno diventa complicato.

In ogni caso non ci perdiamo d’animo e attendiamo. La prima che esce dal portone di destra è una signora di mezz’età, la  fermiamo e le chiediamo se possiamo entrare. Ha un’espressione disattenta, ha fretta, se ne va. Dopo qualche minuto esce dall’altra entrata una ragazza sui 22 anni e si dirige verso il bar.

Dico a Filizi che forse una ragazza può essere più attenta alla nostra richiesta, la seguiamo senza troppi tentennamenti ed entriamo nel bar anche noi.

Lei è già seduta al tavolino, “Ciao ti abbiamo vista uscire dalla palazzina di fronte, siamo due architetti e volevamo visitare l’edificio, che dici si può entrare almeno a vedere il corpo scala e il terrazzo ?

Lei sembra disponibile e ci dice che si in realtà si può visitare anche se da poco  hanno installato un sistema per un ragazzo diversamente abile e tutto è più antiestetico ed ingombrante ed inoltre non viene nemmeno usato per la funzione che gli compete, anzi le signore anziane lo usano per mandare ai piani alti le buste della spesa. Mi viene da ridere ! Poi approfitto della sua gentilezza e disponibilità per chiederle se ci fa visitare il suo appartamento.

Lei da un’occhiata alla barista come a chiedergli con lo sguardo un perere, la barista  sembra scettica, la ragazza ci guarda riflette un istante e poi decide di fare di testa sua. Mi guarda ci guarda e dice ok va bene dai finisco il cappuccino e vi faccio entrare in casa mia.

Entriamo.

Questo è l’appartamento in cui sono venuta ad abitare 7 anni fa con mio padre e mia madre, lo stiamo cercando di vendere perché vogliamo andare all’estero che qui con la crisi ci sono problemi, non si lavora. L’appartamento è di circa 100 mq lo vendiamo a 480000 euro anche se di questi tempi è difficile vendere qui a Roma e in questa zona. Venite, Filizi ha paura del cane, la ragazza prontamente lo chiude in terrazza ed incomincia a descrivere gli spazi. Hanno sostituito tutto: mattonelle, infissi, arredi, porte; anche se, dice, non abbiamo toccato nulla di strutturale. Si vive bene qui è silenzioso e luminoso, mi piacerebbe che vedeste un appartamento rimasto come originariamente era all’interno ma qui gli anziani sono diffidenti e non vi faranno mai entrare. Comunque provo a parlare con il signore anziano di rimpettaglio magari lui conoscendomi può fare un eccezione. Se mi dai il numero di telefono ti chiamo e ti faccio sapere. Grazie rispondo. Visitiamo velocemente le stanze e poi usciamo dirigendoci all’ultimo piano il piano della terrazza condominiale. Da qui si traguarda tutto il quartiere, è molto bello! Selvaggia dice (così si chiama la ragazza) sapete non c’ero mai salita nemmeno io fin quassù  ! E’ divertita e continua a raccontarci di quello che sa della palazzina per esempio che è stata fatta costruire da Mussolini per  le guardie dell’esercito e che ha una forma a libro. Giusto il tempo per scattare alcune foto e scendiamo. Rimaniamo che ci sentiamo in serata per capire se il signore anziano ci lascia visitare il suo appartamento. Sarebbe bello !

Dai Flizi andiamo al mercato  che prendiamo fave e pecorino e ci facciamo un pic nic.

DENTRO FUORI 

 

La farfalla di legno

Si chiama Andrea  ha un braccio ingessato e da gli occhi piccoli e stretti strizza un sorriso. E’ rasatissimo indossa una t shirt rossa bordeaux xl , apre un cassetto di legno di quelli rivestiti in formica marrone, lucido, sbeccato agli angoli, intravedo il truciolato un po’ marcito e impolverato. Dentro il cassetto un cacciavite, dei ferretti, alcune buste di chiodini di diverse dimensioni, un metro da sarta, un mozzicone di matita e qualche altro arnese arrugginito.  La manona di Andrea rovista tra le cianfrusaglie nel cassetto che al suo interno è rivestito di una specie di carta da parati colorata con i fiorellini azzurri. La stanzetta del laboratorio di falegnameria è luminosa, di una luce impolverata che si poggia sopra i modellini dei velieri  e delle motociclette. Ci sono 4 tavoli al centro arancioni con alcune scritte di nomi che non conosco, mi appoggio per un istante perché mi sento quasi mancare, credo di non aver fatto colazione stamane e mi gira un po’ la testa, il tavolo traballa, ha una zampa più corta delle altre. Andrea si gira e mi strizza un sorriso. Sulla sua mano una farfallina di legno colorata da lui blu, gialla,  rossa e nera. Ho solo questo ti piace? Avrei voluto uno scarto a forma di violino per fare un orecchino ma mi accontento … non dico nulla, sorrido, grazie Andrea .

Il registro

Ha gli occhi scuri color castagno, color terriccio bruno, grandi grandi  tondi come due nocciole come due olive. La carnagione scura, i capelli nerissimi è alto ed indossa una divisa blu notte. Mi guarda da sopra in giù e mi intimidisce per qualche istante. La mia mano sfoglia lentamente le pagine di un grande libro. Dico: “ E’ un registro ! A cosa serve?” Lo guardo, mi guarda con quei suoi un metro e ottantasette d’altezza e gli occhi sempre più scuri come il buio, come il cielo del mare di Taranto di notte. “Si è un registro ma non penso che tu lo possa leggere”, mi dice con la voce secca e un po’ scocciata.

Mi piace pensare che lui si chiami Luca e che sia nato in un paesino caldo della manduria, che abbia una fidanzata con gli occhi castani come lui che lo aspetta durante  le notti pugliesi della taranta e che lo accolga dentro le lenzuola quando due volte all’anno scende da Roma al suo paese. Mi immagino Luca che danza di notte con un mojito in mano e con un altra attaccata alla chiappa di Serenella  a ferragosto lungo le spiagge colorate della costa prima del tramonto con la sabbia attaccata alla schiena.

Le chiavi

Esclama “E’ terribile sono scioccata dal rumore delle chiavi !”…  dondolano lente, d’ottone, fredde come il ghiaccio, d’ottone giallo paglierino in quella  sala azzurra e grigia e intonacata di bianco un po’ scrostata alla fine del corridoio del padiglione G8. Si chiama Claudia ed è un medico ha i capelli biondi e il viso spaventato, guarda Davide, mi guarda, guarda il soffitto e dice: “è incredibile questo suono mi rimbomba nelle orecchie è terribile” Camminano, le chiavi, insieme  alle divise blu notte e oscillano, tintinnano, si incontrano la numero 13 con la numero 20, la numero 4 con la numero 7. Alla numero 4 c’è Dimitri Ivan  Gaetano e Mimmo  alla numero 20 Ciro Gaetano Marco Jeorge, i loro occhi si incontrano tutti i giorni lungo il corridoio bianco mentre le chiavi d’oro si toccano e suonano.

Il campo da calcio

Ha piovuto stanotte, il campo da calcio di terra marrone che sembra un po’ sabbiosa, mi aspettavo l’erbetta verde classica ma vabbè, è bagnato, imbevuto d’acqua, impregnato a tal punto che si è formato un grosso pozzangherone quasi al centro. E’ così grande che dentro ci si rispecchia il cielo e il muro di mattoni del padiglione G12 che sembra grigio anche lui da quanto è grigio il giorno …  e oggi non si può giocare a pallone e quindi è vuoto il campo … che sembra una piazza di un qualsiasi quartiere della città quando in agosto se ne vanno gli abitanti, se ne vanno i bambini e fa troppo caldo per gli anziani per uscire .. C’è un gatto col pelo tigrato, passeggia tranquillo mentre noi divisi in gruppetti parliamo a bassa voce, gli occhi bassi a terra. Per qualche minuto rimaniamo in silenzio poi qualcuno fa cenno di rientrare.

Rimane solo il gatto a fare da guardia al campo. Immagino Giorgio che tutte le mattine si affaccia dal terzo piano dei suoi 10 metri quadri. Oggi il campo è più bello del solito,  ho visto una donna e da lontano mi sembra di aver visto nei suoi occhi un pezzetto di dolcezza che mi manca e che credo riempirà i miei giorni.  La segue finchè non scompare dietro il portone. Da domani credo che giocherò a pallone tutti i giorni per ricordare quegli occhi i suoi passi lenti quel viso asciutto e molto dolce quello che mi manca.

Ciao Gaia come stai?

Maria Chiara Calvani 

lunedì 6 maggio  visita al Carcere di Rebibbia in occasione di Open House 2013, con Domenico Battista (avvocato penalista), Ruggero Lenci (architetto  figlio di Sergio Lenci, progettista dell’Istituto Penitenziario), Davide Paterna, Laura Calderoni, Giorgio Pasqualini (architetti  coordinatori di Open House Roma 2013 e amici), Amanzio Farris(architetto e amico) e altri.

 

Il percorso delle canne gentili

Mentre cammino lungo il percorso delle canne gentili mi accorgo che i primi a tirar fuori le antenne per dare il benvenuto alla primissima primavera di febbraio sono le erbette piccole…   la malva è talmente rigogliosa che è quasi esuberante, i piccoli anagallis arvensis che da quando Silvia la mia amica mi ha detto che si chiamano così mi piace pronunciare il loro nome sempre anche quando vado a fare la spesa o cammino pensando che so ad una ricetta da preparare agli amici poi c’è la gramigna sempre verde anzi  verdissima, il trifoglio, il cardo, il finocchio selvatico, le ombrellifere, la bietola selvatica, la felce, l’erba medica e poi…. le lacrime della madonna, i gruspigni, i  pisciacane, i forasacchi così si chiamano in campagna in umbria… queste piantine… le chiamano così chissà perché?

Comunque le canne gentili ancor a dormono, anzi devo dire cha sono proprio secche… la mia amica Alessia mi dice per telefono mentre cammino che il loro nome scientifico è Arundo Donaz come il dunkin donaz.. penso che figata !! Non me lo scordo più questo nome ! Le dico che fa bene camminare  tra gli arundo donaz e che tutti i pomeriggi o quasi tutti la sua vicina di casa dopo o prima di pranzo fa il giro del parco delle valli perché le piace monitorare l’arrivo delle stagioni e le piace anche sapere  il colore della terra, delle gemme, del cielo… che con questi lavori sedentari non si guarda nemmeno più fuori dalla finestra per sapere se è bello o brutto tempo….

e comunque io le parlo mentre cammino e le dico che tra qualche metro il sentiero si infittisce e incontrerò il gruppo di rom che ha messo dimora di recente in questo pezzetto di terra, in questo lembo di prato tra il fiume e la ferrovia dove ci sono i rumori della città ma dove c’è una soglia di silenzio sospeso che sembra quasi la campagna… quella vera. I rom di queste parti li incontri di mattina ai cassonetti sotto casa solo se ti svegli presto però, hanno il carrello che è una specie di accrocco che altro che gli oggetti di design di riciclo è qualcosa di fenomenale !!!! Utilizzano la base del carrello  quello dei supermercati.. e ci montano sopra delle scatole di cartone, o di plastica, o di materiali strani e gli danno una forma elegante… non so ma mi piace molto… stanno anche costruendo tre case in questo piccolo frammento di erba primaverile che sta tra la ferrovia il fiume e il sentiero che faccio tutti i giorni prima o dopo pranzo con le piantine piccole, le erbaccie, le gramigne, i cespuglietti che sentono prima di tutti la primavera. Tra i ciuffi verdi, verdissimi, tre tende, tre dimore, sembrano le case dei tre porcellini…sono fatte di tele, porte, stracci, tovaglie, tende, materassi, carrelli, ante di armadio, tavolini, abatjour, bicchieri, casse, cassettine, passeggini, mezze finestre, pneumatici…dei piccoli rifugi urbani per grandi e piccini lungo questo pezzetto di erba verde, di terra di campagna città alla quale ho deciso di dare un nome Il percorso delle canne gentili…mi piace molto…mi invita a camminare a passo svelto. Saluto Alessia e continuo a camminare. Un giorno insieme ad Alessia andremo da Nazareno, lui sta dall’altra parte del fiume ha un piccolo orto lungo il percorso delle canne gentili e sono sicura che ci regalerà un cespuglio di insalata e noi lo saluteremo contente.

Dedicato ad Alessia

Folk Songs

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Folk Songs è un ciclo di canzoni composto nel 1964 da Luciano Berio. Consiste nell’arrangiamento di canti popolari provenienti dalla tradizione orale di differenti paesi (Stati Uniti, Armenia, Italia, Francia, Azerbaigian) che vanno a formare un “omaggio alla straordinaria dote artistica” della cantante americana Cathy Berberian, esperta esecutrice della musica di Berio. Il ciclo è strumentato per voce, flauto, clarinetto, arpa, viola, violoncello e percussioni. Nel 1973 Berio riarrangiò il ciclo per grande orchestra.

Storia

Due canzoni del ciclo, La donna ideale e Ballo, furono composte da Berio nel 1947 durante il suo secondo anno nel Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano per voce e pianoforte, come parte delle sue Tre canzoni popolari. Si ritiene spesso, erroneamente, che queste tre canzoni fossero state scritte per Cathy Berberian nel periodo in cui la cantante studiava in Italia, ma questo è impossibile perché non vi arrivò prima del 1949.

Il ciclo delle Folk Songs fu commissionato dal Mills College in California e fu eseguito per la prima volta in quel luogo da un’orchestra da camera diretta dallo stesso Berio nel 1964, con Cathy Berberian come soprano solista. Al tempo della prima esecuzione il matrimonio tra Berio e la Berberian era vicino a finire (divorziarono più tardi in quello stesso anno), ma la loro collaborazione artistica continuò; in seguito lavorarono insieme su altre composizioni come Sequenza III, Visage e Recital I (for Cathy). Berio era particolarmente affezionato ai canti popolari: dichiarò che quando lavorava su quelle musiche era sempre entusiasmato dall’emozione della scoperta. Successive composizioni di Berio che includevano canti popolari furono Cries of London per 6 voci (1974), Coro, su testo di Pablo Neruda, per coro e orchestra (1976 – 1977) e Voci: Folk Songs II per viola e orchestra (1984).

Canzoni

Black Is the Colour

I primi due brani delle Folk Songs non sono in realtà brani popolari. “Black Is the Colour (Of My True Love’s Hair)” e “I Wonder as I Wander” furono entrambe scritte da John Jacob Niles, cantante e compositore folk originario del Kentucky. Esiste un brano tradizionale chiamato “Black is the Color…” ma, poiché suo padre pensava che fosse “assolutamente terribile”, ricorda Niles, “scrissi di mio pugno un nuovo brano, concludendolo con un bel passaggio modale”. La suite di Berio si apre con la viola che segue l’indicazione “like a wistful country dance fiddler” (ovvero “come un malincolico violinista dei balli di campagna”); non ci sono indicazioni di misura ed è ritmicamente indipendente dalla voce.

« Black black black is the colour of my true love’s hair
His lips are something rosy fair
The sweetest smile and the kindest hands
I love the grass whereon he stands
I love my love and well he knows
I love the grass whereon he goes
If he no more on earth will be
’twill surely be the end of me »

I Wonder as I Wander

“I Wonder as I Wander” fu composta da Niles a partire dai soli tre versi che fu capace di farsi dire dalla figlia di un predicatore revivalista, “una ragazza dai capelli biondi e arruffati, sporca, e molto bella”. Gli armonici eseguiti dalla viola, dal violoncello e dall’arpa contribuiscono a creare quel “suono da ghironda” che Berio voleva come accompagnamento di questa seconda canzone. Il finale per flauto e clarinetto della versione di Berio ricorda il canto e il volo di un uccello.

« I wonder as I wander out under the sky
How Jesus our Saviour did come for to die
For poor ordn’ry people like you and like I
I wonder as I wander out under the sky
When Mary birthed Jesus ’twas in a cow stall
With wise men and farmers and shepherds and all
But high from the Heavens a star’s light did fall
The promise of ages it then did recall
If Jesus had wanted of any wee thing
A star in the sky or a bird on the wing
Or all of God’s angels in Heav’n for to sing
He surely could have had it ’cause he was the king »

Loosin yelav

L’Armenia, il paese originario degli antenati della Berberian, fornì a Berio la base per il terzo brano, “Loosin yelav”, che descrive il sorgere della luna.

« Loosin yelav en sareetz
Saree partzaer gadareetz
Shegleeg megleeg yeresov
Paervetz kedneen loosnidzov
Jan ain loosin Jan ko loosin
Jan ko gaelor sheg yereseen
Xavarn arten tchaekatzav
Oo el kedneen tchaegatzav
Loosni loosov halatzvadz
Moot amberi metch maenadz
Jan ain loosin Jan ko loosin
Jan ko gaelor sheg »

Rossignolet du bois

Nella canzone francese “Rossignolet du bois”, accompagnata solo dal clarinetto in un primo momento e poi da arpa e crotales, un usignolo suggerisce ad un amante di cantare le sue serenate due ore dopo la mezzanotte.

« Rossignolet du bois
Rossignolet sauvage
Apprends-moi ton langage
Apprends-moi-z à parler
Apprends-moi la manìère
Comment il faut aimer
Comment il faut aimer
Je m’en vais vous le dire
Faut chanter des aubades
Deux heures après minuit
Faut lui chanter: la belle
C’est pour vous réjouir
On m’avait dit la belle
Que vous avez des pommes
Des pommes de renettes
Qui sont dans vot’ jardin
Permettez-moi la belle
Que j’y mette la main
Non je ne permettrai pas
Que vous touchiez mes pommes
Prenez d’abord la lune
Et le soleil en main
Puis vous aurez les pommes
Qui sont dans mon jardin »

A la femminisca

Un accordo sostenuto introduce alla canzone successiva, il vecchio canto siciliano “A la femminisca”, cantato dalle mogli dei pescatori mentre aspettavano i mariti sui pontili.

« E Signuruzzu miù faciti bon tempu
Ha iu l’amanti miu ’mmezzu lu mari
L’arvuli d’oru e li ntinni d’argentu
La Marunnuzza mi l’av’aiutari,
Chi pozzanu arrivòri ’nsarvamentu.
E comu arriva ’na littra
Ma fari ci ha mittiri du duci paroli
Comu ti l’ha passatu mari, mari »

La Donna Ideale

Come per i primi due pezzi, il sesto, “La Donna Ideale”, e il settimo, “Ballo”, non furono scritti da anonimi ma da Berio stesso. Il vecchio poema tradizionale “La Donna Ideale”, in dialetto genovese dice che se trovi una donna di buona famiglia ed educazione e con una buona dote, non devi lasciarla andare via per nessun motivo.

« L’ómo chi mojer vor piar
De quatro cosse de’espiar
La primiera è com’èl è na
L’altra è de l’è ben accostuma
L’altra è como el è forma
La quarta è de quanto el è dota
Se queste cosse ghe comprendi
A lo nome de Dio la prendi »
(Luciano Berio)

Ballo

“Ballo”, un altro antico poema italiano, dice che i più saggi degli uomini perdono la testa per amore, che resiste al sole, al ghiaccio e a tutto il resto.

« Amor fa disciare li più saggi
E chi più l’ama meno ha in sé misura
Più folle è quello che più s’innamora
Amor non cura di fare suoi dannaggi
Co li suoi raggi mette tal calura
Che non puo raffreddare per freddura »
(Luciano Berio)

Motettu de tristura

“Motettu de tristura” ha origini sarde[1]. Nel testo il cantante apostrofa l’usignolo: “Come mi assomigli quando piango per la mia amata… Quando mi seppelliranno, cantami questa canzone”.

« Tristu passirillanti
Comenti massimbillas
Tristu passirillanti
E puita mi consillas
A prangi po s’amanti
Tristu passirillanti
Cand’happess interrada
Tristu passirillanti
Faimi custa cantada
Cand’happess interrada »

Malurous qu’o un fenno

Le due canzoni successive si trovano anche in Chants d’Auvergne di Joseph Canteloube e sono in lingua occitana. “Malurous qu’o un fenno” parla dell’eterno paradosso coniugale: colui che non ha consorte la cerca, mentre chi ce l’ha vorrebbe non averla.

« Malurous qu’o uno fenno,
Malurous qué n’o cat!
Qué n’o cat n’en bou uno,
Qué n’o uno n’en bou pas!
Tradèra, ladèri dèrèro
Ladèra, ladèri dèra.
Urouzo lo fenno
Qu’o l’omé qué li cau!
Urouz’ inquèro maito
O quèlo qué n’o cat!
Tradèra, ladèri dèrèro
Ladèra, ladèri dèra »

Lo Fïolairé

Il violoncello che fa da eco all’improvvisazione all’inizio della suite introduce “Lo Fïolairé”, dove una ragazza al filatoio canta il suo scambio di baci con un pastore.

« Ton qu’èrè pitchounèlo,
Gordavè loui moutous.
Ti lirou lirou… la la diri tou tou la lara!
Obio ‘no counoulhèto
È n’ai près u postrou.
Ti lirou lirou… la la diri tou tou la lara!
Per fa l’obiroudèto
Mè domound’ un poutou.
Ti lirou lirou… la la diri tou tou la lara!
È ièu soui pas ingrato,
Èn lièt d’un n’in fau dous!
Ti lirou lirou… la la diri tou tou la lara! »

Azerbaijan Love Song (Qalalıyam)

Cathy Berberian scoprì l’ultima canzone, “Qalalıyam” (nota all’interno della suite come “Azerbaijan Love Song”) su un disco della Repubblica Socialista Sovietica Azera per grammofono. Il pezzo è cantato in lingua azera fatta eccezione per un verso in russo che, come le spiegò un amico, paragona l’amore a una stufa. La Berberian cantò, a memoria, i suoni che riuscì a trascrivere da quel vecchio disco rovinato. Non conosceva nemmeno una parola della lingua azera.

« Da maesden bil de maenaes
Di dilamnanai ai naninai
Go shadaemae hey ma naemaes yar
Go shadaemae hey ma naemaes
Sen ordan chaexman boordan
Tcholoxae mae dish ma naemaes yar
Tcholoxae mae dish ma naemaes
Kaezbe li nintché dirai nintché
Lebleri gontchae derai gontchae
Kaezbe linini je deri nintché
Lebleri gontcha de le gontcha
Na plitye korshis sva doi
Ax kroo gomshoo nyaka mae shi
Ax pastoi xanaem pastoi
Jar doo shi ma nie patooshi
Go shadaemae hey ma naemaes yar
Go shadaemae hey ma naemaes
Sen ordan chaexman boordan
Tcholoxae mae dish ma naemaes yar
Tcholoxae mae dish ma naemaes
Kaezbe li nintché dirai nintché
Lebleri gontchae derai gontchae
Nie didj dom ik diridit
Boost ni dietz stayoo zaxadit
Ootch to boodit ai palam
Syora die limtchésti snova papalam »

Tracce

Black Is the Colour (USA)

I Wonder as I Wander (USA)

Loosin yelav (Armenia)

Rossignolet du bois (Francia)

A la femminisca (Sicilia, Italia)

La Donna Ideale (Italia)

Ballo (Italia)

Motettu de tristura (Sardegna)

Malorous qu’o un fenno (Alvernia, Francia)

Lo Fïolairé (Alvernia, Francia)

Azerbaijan Love Song (Azerbaigian)

Note

^ Salvatore Cambosu, Miele amaro, Firenze, Vallecchi, 1954, 176-177; Giulio Fara, L’anima della Sardegna: la musica tradizionale, Roma, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1940, 58: il tutto ricostruito da Giulio Angioni, L’usignolo triste, in Tutti dicono Sardegna,

is frastimus (al plurale, su frastimu al singolare):

Sa strama ti pighiri! (La spavento ti prenda!)

Unfrau t’agattinti! (gonfio ti trovino!)

Una gherra a sa lestra ti zerridi! (una guerra in fretta ti chiami!)

Cumenti fanti a Bosa, fezzasa (come fanno a Bosa, fai)

Candu proi, lassanta proi (quando piove, lasciano piovere)

Mazzuccu! (bastone!)

Miche Murgia

se maomè nao vai a montanha a montanha vai a maomè

agua mole em pedra dura tanto bate atè quefura (Jill Brasile)

se ogni cani che passa ci tiramu na petra nun ni restinu petri in mezzu a la strada
(Rocco Sicilia)

ti ga ea forza par strappar i giornai bagnai

(hai la forza per strappare i giornali bagnati) (Annalaura Venezia)

allà donde fueres haz lo que vierres (fai quello che vedi dove sei) (Isa Spagna Saragoza)

Di terre arate di Momiano ritrovar le acque / Izoranè zemlje Momjana izviru vode

(Momiano Istria storia nata dagli abitanti d Momiano e un gruppo di artisti)
Depressa e bem, nào hà quem
Quem vai ao mar aviase em terra
o que os olhos nào vèm, o corasàu nàu sente
Dà deus nozes, a quem nào tem dentes
Proverbi poortoghesi (da Martha  De Silva Luis Portogallo)

A Oria fumosa cci tera ‘nna carosa pi quann’era picciridda si la mintera ‘n poscia

(filastrocca sulla nascita di Oria)

La terra faci li fumuli e lu iento li ricogghi

(proverbio di Oria da Isabella)

Paco el puente aria una serpiente/berdà che sì tilin tilin/berdà che non tolon tolon/Si t’arria si te mueve /te daria un pignescon

Sudamerica (da mamma e figlia incontrate in autobus)

Cumari cù tuppu tisu

u tuppo tisu lù pozzu purtari

miu maritu carrìa lu risu

tutti li ceddi passaru e cacaru

puru chiddi senza culu

Cumari n’aviti palumbi

palumbi n’aio tre

u cambiamu cù pepperepè

u pepperepè mi pari pocu

u cambiamu co lu focu

u focu mi pari ardente

u cambiamu cù tridente

(Paolo Calabria)

Bronsa Cuerta

(Brace coperta) in venziano per dire una persona irascibile apparentemente calma (da Annalaura Venezia)

La storia

Martino nacque in Pannonia, l’odierna Ungheria, nel 316; era figlio
di un ufficiale romano e fu educato nella città di Pavia, dove passò la sua
infanzia fino all’arruolamento nella guardia imperiale all’età di
quindici anni. A scuola Martino prese i primi contatti con i cristiani e,
all’insaputa dei genitori, si fece catecumeno e prese a frequentare con assiduità le assemblee cristiane. La sua umiltà e la sua carità hanno dato vita ad alcuneleggende tra cui quella in cui Martino incontrò un povero al quale donò metà del suo mantello; oppure quella dell’attendente che Martino consideravacome un fratello, tanto da tenergli puliti i calzari. Ottenuto dall’imperatore l’esonero dal servizio militare, Martino si recò a Poitiers presso il vescovo Sant’Ilario, che completò la sua istruzione religiosa, lo battezzò e lo ordinò
sacerdote. Tornò in Pannonia dove convertì la madre, quindi combatté
gli Ariani a Milano, ma venne cacciato. In seguito si ritirò in Liguria, infine di
nuovo in patria. Amante della vita austera e del silenzio, eresse il
monastero di Ligugè, il più antico d’Europa, e quello di Marmontier, tuttora
esistente. Essendo vacante la diocesi di Tours, nel 372 venne consacrato vescovoper unanime consenso di popolo. Accettò la carica con grande riluttanza, masi dedicò con zelo all’adempimento dei suoi doveri episcopali,
continuando la sua vita ascetica di preghiere e rinunzie e portando nella sua nuovamissione il rigore dei costumi monastici, sempre vicino alla gente, soprattutto ai contadini più poveri. Resse la diocesi per ben ventisette anni in mezzoa molti contrasti, anche da parte del suo stesso clero. Un certo prete Brizioarrivò persino a querelarlo; ma il vescovo lo perdonò dicendo: “Se Cristosopportò Giuda perché io non dovrei sopportare Brizio?”. Stremato dallefatiche e dalle penitenze, pregava il Signore dicendo: ” Se sono ancora necessarionon mi rifiuto di soffrire, altrimenti venga la morte.” Morì a Candes e volle essere disteso sulla nuda terra, cosparso di cenere e cinto da un cilicio: eral’ 11 novembre del 397. I suoi funerali furono celebrati alcuni giorni dopo
per dare il tempo ai suoi monaci di arrivare: ne erano presenti circa duecento.Sepolto nella cattedrale di Tours, la sua fama si diffuse in tutta la Francia,dove è ancora invocato come primo patrono della nazione. La sua tomba è meta di continui pellegrinaggi da tutto il mondo. Nell’arte San Martino èraffigurato sul cavallo mentre taglia il suo mantello; in Francia, nelle chiese alui dedicate, è rappresentato come vescovo che distribuisce elemosine aipoveri.

La leggenda

Era l’11 novembre: il cielo era coperto, piovigginava e tirava un
ventaccio che penetrava nelle ossa; per questo il cavaliere era avvolto nel suo
ampio mantello di guerriero. Ma ecco che lungo la strada c’è un povero
vecchio coperto soltanto di pochi stracci, spinto dal vento, barcollante e
tremante per  il freddo. Martino lo guarda e sente una stretta al cuore.
“Poveretto, – pensa – morirà per il gelo!” E pensa come fare per dargli un po’ di
sollievo. Basterebbe una coperta, ma non ne ha. Sarebbe sufficiente del denaro, con il quale il povero potrebbe comprarsi una coperta o un vestito; ma percaso il cavaliere non ha con sé nemmeno uno spicciolo. E allora cosa fare? Ha quel pesante mantello che lo copre tutto. Gli viene un’idea e, poiché
gli appare buona, non ci pensa due volte. Si toglie il mantello, lo taglia in due
con la spada e ne dà una metà al poveretto.”Dio ve ne renda merito!”, balbetta il mendicante, e sparisce. San Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che lo ricopre a malapena. Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma.
Di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria
si fa mite. Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando ilcavaliere a
levarsi anche il mezzo mantello. Ecco l’estate di San Martino, chesi rinnova
ogni anno per festeggiare un bell’atto di carità ed anche perricordarci che la
carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio. Ma la storia di San
Martino non finisce qui. Durante la notte, infatti, Martino sognò Gesù che lo
ringraziava mostrandogli la metà del mantello, quasi per fargli capire
che il mendicante incontrato era proprio lui in persona.

Tratto dal sito della parrocchia di S. Martino vescovo di Alpignano (To)

A Venezia

I bambini girano per Venezia con coperchi di pentole e altre cose che
fanno
chiasso a gruppi o di 4 o 5 o a “gruppi scolastici”. Viene
cantata, per
l’occasione:

S. Martin xe ‘ndà in sofita
a trovar ea so’ novissa (o nona Rita o nona Gigia)
nona Rita no ghe gera
S.Martin col cùeo par tera
E col nostro sachetì
cari signori xe S.Martin

La musica ripete le stesse note di “Garibaldi fu ferito…”
di antica memoria.

Marmellata di limoni

Mentre mettevo in bocca il cucchiaino pieno di marmellata di limoni stamattina entrava la luce del sole di marzo  uno strano marzo che ancora non è primavera ma sembra quasi estate per quanto è caldo alle dieci quasi dieci e mezza.  La gattina arrotava le unghie di là vicino al termosifone… vicino mi sembra che  c’è una poltrona… su questi cuscini di questa poltrona arrotava le unghie la gattina 26 figlia della gatta di Teresa… che   cerca anche  una casa e ora nell’attesa  vive tra lo stanzino 26 e l’orto 26 della scuola   di via cardinal capranica di Roma… e sta bene,  sta bene perché si vede ! Ha gli occhi del cucciolo curioso che sembra scoprire ogni particolare, ogni oggetto e ti viene incontro facendo vibrare un po’ il muso e ti guarda e assomiglia a Silvia, agli occhi di Silvia, alla faccia tondetta che ha Silvia quando sorride… Non è mica  parente, ma le assomiglia;  e poi mi ricorda quando dieci anni fa siamo entrati nel negozio di articoli per animali io e Tommaso… il negozio di via valdossola e c’hanno detto che c’era una gattina che cercava una casa e poi noi l’abbiamo presa e abbiamo scoperto che invece era un maschio nero con gli occhi verdi…  si però il gatto aveva il pelo corto invece la gattina 26 sembra un leone… dal pelo lungo che ha…  e poi mentre facevo la marmellata, sentivo l’odore dei muri della casa un po’ umidi, mischiato a quello buono dei panni indossati dal papà di silvia appoggiati qua è la ai mobili e alle sedie della stanza da letto mischiato anche all ‘odore del latte di riso delle buste di mais ecologiche e  dei limoni … delle bucce e della polpa che entra e trafigge il naso da quanto è forte ! (Silvia non smette di starnutire dice che è allergica all’odore dei limoni ed io penso che  alla fine non c’è molta differenza tra un limone e una cipolla forse la cipolla fa piangere ma anche il limone che fa starnutire non è meglio) e poi le dita che piano piano si increspano, si inumidiscono perché provaci a pelare 30 limoni poi capisci !

Trenta limoni… ma saranno anche di più, per fare la marmellata, quella che però non piace a tutti… la marmellata di limoni è amara e aspra insieme e poi a seconda se ci metti più o meno zucchero più o meno buccia o polpa diventa più o meno amara e più o meno aspra o più o meno dolce amara… però è una marmellata al 100% biologica, fatta con i limoni del solo dell’unico  albero di limone  dell’orto…  mica ce ne sono tanti! ce n’è solo uno e quindi  è ancora più prezioso… un limone e un mandarino che gli cade la corolla per quanti mandarini c’ha, che dobbiamo coglierli prima di giovedì prossimo anche loro perché altrimenti si appassiscono e si afflosciano e poi non sono più buoni per fare la marmellata… la marmellata di mandarino mica viene come la marmellata di limoni… è più gentile,  più dolce,  sa un po’ di quel liquore che si beve in montagna o quando è freddo come il vin brulè e penso che piaccia di più della marmellata di limoni, non so perché, ma credo che alle persone piaccia di più la marmellata di mandarini che la marmellata di limoni… in realtà penso che alle persone piaccia di più la marmellata di fragole e di ciliegie che la marmellata di agrumi limoni arance e mandarini, come ai bambini che gli piacciono le patatine fritte ma no l’insalata e no le verdure cotte, che gli piacciono le merendine al cioccolato ma non la pasta con i pomodorini secchi e i pinoli e l’uvetta… non lo so comunque sto facendo la marmellata di limoni e mi sto divertendo molto anche se c’ho le dita tutte tagliuzzate e che mi bruciano da impazzire, anche se non finiscono più questi limoni che a vederli sulla pianta sembravano molti di meno da lontano ed ora sono quattro o cinque buste e già la domenica scorsa abbiamo fatto 31 vasetti e oggi altri venti  ne verranno… e non si finisce comunque neanche oggi e comunque se vuoi vendere la marmellata biologica di limoni fatta per giunta  a mano e con prodotti naturali (c’è solo lo zucchero e basta) almeno un centinaio di barattoli li devi fare altrimenti non ne vale la pena anche se non so… considerando che un barattolo lo vendi a 6 euro (bè si a sei euro almeno altrimenti nemmeno vale la pena mettersi a fare la marmellata) 6 x 100 fanno 600 euro… e tra il lavoro, il tempo, le mani sfettucciate… almeno qualcosa ce lo vorrai guadagnare o no?  Si se vendi un vasetto a sei euro (dico il vasetto medio perché quello un po’ più grande lo vendi a 9 quello più piccolo lo vendi a 5 ) insomma di media vuoi che un vasetto non valga 6 euro ? dunque 6 euro … e metti che tra amici e col passa parola riesci a trovare dei coraggiosi disposti a comprare la marmellata di limoni… che non piace a nessuno… e metti che ne vendi trenta barattoli 6 x 30 180 euro, e metti che i vasetti te li hanno regalati alcuni amici – quindi non c’è la spesa dei barattoli  ma c’è la spesa dello zucchero almeno 15 euro –  180 euro meno 15 fanno 165 euro… e poi considerando che ci hai lavorato tutta domenica almeno otto ore e tutta stamattina almeno quattro ore e se prendi almeno 8 euro all’ora 8 x 12 fanno 96 euro… quindi 165 meno 96 fanno 69… sì un guadagno che all’ incirca si aggira intorno ai 69 euro… e metti che sei in due a fare la marmellata di limoni fanno 34 euro circa di guadagno … che non è male per questi tempi e poi se consideri che invece di trenta barattoli ne vendi 100 di marmellata di limoni (che non piace a nessuno la marmellata di limoni quella di mandarino forse un po’ di più piace e se piace piace a quelli un po’ snob che dicono che hanno il palato fino) e 100 di mandarini all’incirca sono: 100 x 6 fanno 600, meno circa 25 euro di zucchero (dunque per fare 100 vasetti ci vorrà il triplo del tempo cioè 36 ore quindi 36 x 8 fanno 288 euro che sommate alle 25 euro di zucchero  fanno 313 …con un guadagno di circa 300 euro per cento vasetti di marmellata di limone che fanno 600 se ne aggiungi altri 100 di marmellata di mandarino… non male con i tempi che corrono oggi. E mentre penso tutto questo, mentre le mie mani tagliano la buccia, tolgono i semi dalla polpa, pesano buccia e polpa e dosano la giusta quantità di zucchero che va aggiunta nel tegame per iniziare la cottura della futura marmellata di limoni e mi si tagliuzzano e sento il bruciore sui polpastrelli tanto da mettere tra il manico del coltello e il polpastrello un po’ di scottex che mi protegge per non farmi completamente anchilosare l’arto  sento però la luce del sole che entra dalla finestra  e al cellulare  mia madre che mi chiama e mi dice che è tramontana e che non c’è una nuvola nel cielo e non vedo l’ora di uscire fuori dopo aver finito la marmellata e bere un caffè seduta sotto il pino di via cardinal capranica fissando il limone spoglio e il mandarino ancora colmo… e sento le unghie della gatta che arrotano la poltrona che quanto è bella la gattina ! che speriamo che se la prenda il geologo amico di Tommaso che ama le ceramiche raqu che ha misurato la frequenza sonora dell’orto 26 ! che volentierissimo me la sarei presa io, la gattina 26… ma non posso perché ancora non è finito il lutto del mio gatto che se ne è andato da un mese… e insomma prendere un gattino così piccolo che ricorda Nico sarebbe quasi riempire un vuoto… però io il vuoto non lo voglio riempire… perché il vuoto non si riempie però devo fare un altro ragionamento che non so quanto vale la pena e quanta testa c’ho per farlo adesso che ho la testa sulla marmellata di limoni e di mandarino e le mani sfettucciate… sono adulta sono cresciuta non ho più 25 anni non sono più una ragazza che studia e che ha gli esami da fare e che le serve un gatto che le faccia compagnia e quindi prendere un gatto a distanza di un mese dalla perdita dell’atro gatto il gatto che è stato con me e con Tommaso 10 anni sarebbe una bella e buona sostituzione… sarebbe…. anche se per me non lo è… e in ogni modo ora ho quasi finito di fare la marmellata e vado fuori a guardare il limone spoglio  e il mandarino stracarico di frutti con i gatti selvatici che mi frullano tra i piedi e a fare due chiacchiere davanti a un caffè con Silvia e Sergio.

IngredientiMarmellata A

 1 kg di buccia di limone

1 Kg di polpa di limone

1 kg di zucchero

 

Marmellata B

 500 g di buccia di limone

1 kg di polpa di limone

1,2 kg di zucchero

 

Marmellata C

 800 g di polpa

600 g di buccia

1.300 di zucchero

Roma Foligno

Zio Peppe ha fatto da sempre il pastore, ha gli occhi azzurri, schiacciati che ridono da soli. E’ il fratello di mio nonno Francesco, il padre di mio padre, ha dieci anni meno di lui…       dice che comunque fatica un po’ a camminare e che non fa più il movimento di una volta… per esempio non porta più le pecore sulle montagne.

Le pecore ubbidiscono ai suoi ordini come se avessero fiducia delle sue parole… come se intuissero la sua fedeltà.

Zio Peppe mi chiama bardascia, questo è il termine che si usa dalle parti di Roviglieto per indicare una ragazza… o bardascietta per chiamare una ragazzina, bambina, bambinetta.

Dice che sono caruccia, che io e il mio fidanzato siamo carucci. Io gli chiedo se le pecore fanno il latte tutto l’anno, lui mi guarda e mi risponde che no ! solo quando sono incinte e che sono incinte sempre in questo periodo, cioè tra luglio e settembre, e che col latte ancora le femmine ci fanno il formaggio.

Sì mi ricordo del formaggio di zio Peppe lo riportava sempre mio nonno quando con mio padre lo andava a trovare. Mio nonno e mio padre una volta all’anno partono da Magione e vanno a Roviglieto dai parenti, è un modo per stare insieme e per ritrovarsi con la famiglia paterna…. e poi anche per riportare a casa una bella forma di pecorino e una o due bottiglie di olio dell’uliveto sul pendio sotto il paese di proprietà dei Calvani.

Si era fantastico con la marmellata e il pane sciapo ! Ma anche così da solo senza né pane ne marmellata.

La tratta Roma Foligno è una bella tratta a farla col treno, mano a mano che si va avanti le superfici luminose del Lazio si comprimono, come se si costringessero a stare tutte insieme in uno spazio più piccolo, e tutto diventa più scuro, le campagne si piegano, si passa da un foglio di carta pieno di  segmenti orizzontali ad un foglio pieno di oblique e spezzate inclinate e non c’è più luce o forse nemmeno… la luce arriva dall’alto e il verde è più vivo, la ferrovia diventa l’unica linea piana in un solco, in una voragine e il treno sembra che scivoli in questa linea dritta e sottile in fondo al fosso come se fosse in equilibrio e in equilibrio continuasse a scivolare.

Ho fatto un biglietto Roma Foligno quel giorno perché volevo rivedere Roviglieto il paese dove è nato mio nonno Francesco, ho dato appuntamento a mio padre a mio nonno e loro mi sono venuti a prendere alla stazione e poi con la macchina siamo saliti su per la strada che passa per S. Eraclio e taglia la statale che collega Perugia con Foligno e poi si inerpica su per le colline e sale a forma di serpente.

Mio nonno fa alcune pause tra un discorso e l’altro; parla anche poco mio nonno, anzi se non gli tiri fuori le parole dalla bocca non parla proprio per niente… ma lì  invece no… quel giorno mi ha raccontato tutto, come se srotolasse un gomitolo e sul filo leggesse la storia della sua vita legata a quel luogo a quello sputo di terra umbra… intanto sento che fa un respiro più profondo degli altri come se non ce la facesse, come se gli mancasse il fiato, come se volesse cercarlo da qualche parte nell’aria intorno perché quello che ha in corpo non gli basta più, è un pò stanco Francesco ma continua a raccontare della sua famiglia, della casa del paese e della fatica che ha fatto. Poi arriviamo in cima e c’è Roviglieto quel fregnetto di paese, le case di pietra in cerchio, l’odore della polvere e lo zio Peppe che spunta da una viuzza e ci viene incontro.

Ciao Zio… ciao Peppe… ciao Francesco… si salutano, si abbracciano  e si danno una pacca sulla spalla… a me, a mio padre, zio Peppe ci da una carezza e ci sorride come sorride alle pecore tutte le mattine che Dio ha creato da ottant’ anni con quegli occhi azzurri, di quell’azzurro che può diventare anche grigio e verdognolo e marroncino-verdastro… anche gli occhi di mio nonno sono così come quelli di zio Peppe meno stretti, sorridono di meno forse, è stato meno fortunato il nonno o forse è solo così per caso……..

l’ occhio dello stesso colore ma più aperto forse è il taglio degli occhi della mamma…. forse del padre….. forse il nonno ha ripreso il taglio degli occhi dalla mamma e lo zio dal padre….. ma non lo so… non me le ricordo le fotografie dei miei bisnonni… non mi ricordo nemmeno il loro nome… si mi pare che c’è una foto della mamma del nonno sopra il mobile nella casa di Magione, secca secca con la faccia buona… ah si mi ricordo era secca secca e con la faccia buona…. una lavoratrice mi dicevano, però… anch’io ho gli occhi che cambiano colore, si in questo assomiglio al nonno… un giorno sono verdi un giorno azzurri… magari nessuno di noi tre lo sa,  io zio Peppe, il nonno…. ma qualche giorno all’anno abbiamo gli occhi dello stesso colore tutti e tre… quelli dello zio ridono di più però di quelli miei e del nonno … forse… ma non è tanto importante … seguo lo zio, il nonno rimane in piazza perché dice che non ce la fa tanto a camminare… forse vuole rimanere solo…………………… io, Tommaso, mio padre seguiamo lo zio, il nonno è seduto sulla panca di legno davanti casa e guarda di fronte la casa dove è nata mia nonna, la donna che ha sposato, la nonna Maria, la più grande di quei dodici figli di Domenico, quella che ricamava tanto seduta sul primo gradino…….forse il nonno ora sta guardando proprio quel gradino, forse no, o forse sta pensando, perché il nonno pensa molto, parla poco e pensa molto, ricorda forse….……………però mi sembra di intravedere nel silenzio dei suoi pensieri…. delle asole di vuoto, di silenzio quieto, sereno, come un lago calmo; lo zio cammina mentre il nonno zitto in silenzio pensa… o fissa il gradino della casa della nonna.

La casa della nonna non è come quella del nonno,  ristrutturata bella con le ante delle finestre verniciate di fresco, ristrutturata con i finanziamenti che la regione ha stanziato per il terremoto di dieci anni fa … nella casa bella del nonno  ci abita lo zio con Elena sua moglie e quindi quella casa non ha mai smesso di vivere, la casa di mia nonna invece no è morta tanto tempo fa, disabitata, vuota, con qualche mobiletto impolverato che qualcuno c’ha lasciato così perché non sapeva dove buttarlo, però la finestra si affaccia sullo stesso campo di erba medica di ottanta anni fa e fuori la primavera è più nuova della primavera al tempo di mia nonna, o forse la primavera sembra più nuova perché la casa vecchia è vecchia vecchia davvero, non lo so, non so e non so nemmeno se mio nonno sta a pensare lì……

Peppe mi chiama dal porcile dietro la rimessa, fuori dal paese di là dalla strada c’è un capannone, dentro ci sono gli attrezzi, le macchine per arare, per falciare l’erba e  tutto quello che serve per le pecore, i maiali, il latte e il pecorino, no, il pecorino no, perché ci pensano le femmine… la moglie di Peppe e di Zeno l’altro fratello di mio nonno ………quello è proprio zitto zitto, ti guarda ma non proferisce parola, però ha quasi gli occhi più somiglianti a mio nonno Francesco che a Zio Pè… però non ne voglio parlare perché non so niente di lui mi piace solo immaginarlo come il quarto fratello di sei o forse nemmeno il quarto, il sesto, il più giovane………. e vicino al capanno c’è l’ovile… micitti !? fa zio Peppe……. miccitti ?!….. e uno dietro l’altro come i soldatini di piombo sfilano una dozzina di gatti, lo guardano, hanno fame… miccitti miccitti !?  e poi dietro al capanno e ai gatti, il porcile e la collina con il noce e sotto il noce il cane e la ruspa fermi fermi ci guardano e si sente l’odore delle cacche dei maiali  insieme ai passi dello zio ai pensieri di mio nonno all’erba medica del campo dietro la casa dei Betori la casa chiusa la casa abbandonata davanti alla casa bella riverniciata a fresco dopo il terremoto e si sente il nonno che zitto zitto pensa, pensa fitto fitto alla sera alla festa di carnevale ai diciotto anni e alla neve con quegli occhi azzurri che cambiano come quelli di zio Peppe che quanto mi piacciono gli occhi di zio Peppe stretti stretti con una pupilla come un puntino lucido al centro che sorride.

Per Luca Miti (rispetto al discorso delle radici e al biglietto Roma Foligno di un anno fa)

Maria Chiara Calvani

Aglio, fravaglio,
fattura ca nun quaglio,
corna, bicorna,
capa r’alice
e capa r’aglio

E’ circa un anno o forse  più che non scrivo  questo diario. Ci sono stati vuoti incolmabili,  spazi di capovolgimenti e strappi che preferisco raccontare a voce a chi è disposto ad entrare in questa mia nuova vita… alle  donne…. che come dice Paolo Jedlowski in Storie comuni – la narrazione nella vita quotidiana “ sono, delle loro famiglie, custodi della memoria del gruppo. Legate più degli uomini alla vita domestica e alla famiglia, almeno fino ad oggi, le donne sono le custodi delle genealogie. Persone, relazioni, rapporti di parentela, nascite, matrimoni, battesimi e funerali,  nelle case, al telefono o nelle sale da tè nelle pause del lavoro o per strada” Le donne  sono costruttrici di lessici familiari, quando si aprono, quando imparano a convivere con la solitudine e la paura, quando dunque imparano a narrarla a condividerla  sono belle e sanno di realtà, di vita che scorre tra le dita e che se ne va, , quando capiscono che stare insieme e apprezzare una le cose belle dell’altra è un esperienza di condivisione speciale e crescono così, insieme, con una leggerezza piacevole e ariosa che prende in giro l’angoscia con il sapore della marmelleata…

Ci tengo davvero  a riportare la mail scritta da Ilaria una cara amica.

Sono stata a cena da lei ieri sera, era una tavolata calda, di sguardi femminili e voci levigate di chi sul filo dei trant-anni indossa ancora quell’ entusiasmo ragazzino ma si legge tra le righe che  il suo sguardo è  in cerca anche di qualcosa d’altro…si vede… qualcosa d’altro che ancora non si trova che è ancora troppo nascosto dentro che fa capolino talvolta…

Ilaria ha fatto della sua camera da letto una cucina ed ha accolto con cibo genuino della sua terra le sei amiche e colleghe e quelle pareti colorate sembravano sorridere, sembravano fiere sembravano,   fiere di essere testimoni di quel narrare.

Ilaria ha scritto delle parole molto importanti è per questo che dopo un anno sento che il mio diario è  di nuovo pronto per ospitare parole rinnovate anche loro testimoni di un nuovo tempo.

Grazie Ilaria la tua lettera accoglie anche tante voci di persone care a me vicine, grazie

Maria Chiara

Buongiorno, ogni volta che si parla e ci si confronta mi servirebbero poi altri due pranzi e tre cene per estendere le riflessioni su tutte le cose che ci sarebbero da dire.
Incredibile come nella conoscenza io non abbia fatto quasi in tempo ad avvicinarmi veramente alla graduale conoscenza di te per poi assistere a questi grandi cambiamenti, a questa metamorfosi che, bene che ci sia, ti sta rimettendo al centro di tutte le tue manifestazioni, al centro del tuo essere te.
Mi sono resa conto nel tempo che più volte ho cercato di spostare la mia ricerca personale in qualcosa che fosse una prova e verifica dall’esterno, nel lavoro, nelle relazioni… e anche se questi possono sembrare fattori non disgiunti tra di loro, in realtà celano, nel loro porsi come causa – effetto, il rischio di generare un bel pò di confusione.
Questa è una cosa su cui sto lavorando da tanto, che ho notato in me e che ha portato ad ulteriori trasformazioni, quelle di cui parlavo ieri.
Te sei tanto, hai mille capacità e possibilità, non sono io a dovertelo dire, lo sai. Le riflessioni sul nostro lavoro sono doverose e ci aiutano ad indirizzarci al meglio.
Per questo, rispetto all’aiuto che stai dando ai Trai te, come artista, come persona impegnata o semplicemente come amica, voglio dirti che oltre ad essere sicuramente disponibile io, nel tempo, come persona, con l’associazione e le ragazze, a rilasciare le acquisite informazioni e strategie per muoversi attraverso un’associazione o a rimandare quale sia una possibile dialettica di libertà ad esempio tra l’essere didattica e l’essere creativa, mi metterei semplicemente in ascolto (così come già iniziato con profonda attenzione) del loro lavoro e del pensiero che si muove attraverso di esso.
Riguardo me, ho lavorato due anni da sola sperimentandomi come operatrice e sperimentando le possibili attivazioni dello sguardo, del pensiero e dell’apprendimento, nei laboratori e nei percorsi museali. Conoscendo di volta in volta le ragazze ho sentito prima il desiderio e dopo l’esigenza di aprirmi ad una comunicazione più matura che divenisse, poi, primo motore per una condivisione di intenti e di progettualità, e, ora che ci conosciamo meglio, di creazione congiunta.
Senza questi tempi non avremmo potuto essere ciò che siamo; fondamentale è stato il confrontarci fra di noi ma soprattutto l’aprirci individualmente a delle riflessioni legate alle nostre altre esperienze, in modo da arricchire il nostro pensiero di contenuti nutrienti che fossero altro da noi. Ma per questo ci vuole, appunto, tempo, predisposizione e desiderio di farlo, desiderio di accogliere altro da noi per trasformarlo in nostro.
Questo non perchè ci mancasse un pensiero costruito e forte, bensì perchè mi serviva e ci serviva strutturarlo in possibili declinazioni che abbracciassero, appunto, la realtà e, soprattutto, il nostro sentito modo di manifestarci nella concretezza del reale, trasformando le nostre idee in lavoro, una metamorfosi sicuramente non indolore.
Per ora, consiglierei di risolvere la questione dello spazio nella scuola, appunto, nella forma più concreta e decisa che ci sia… vediamo se Marta può sentire oggi quel suo amico per avere dei consigli pratici sulle possibili vie di riacquisizione dello studio. Lo studio che a loro serve e che non possono lasciarsi sfuggire via dalle mani dopo tutto il lavoro e il sentimento profuso per averlo, avere – essere. Soppesando i reali intenti e misurandoli con le sensazioni.
Sì che ci servirebbe anche a noi uno spazio, questo è un mio sogno.
Per ora vaghiamo itineranti, oggi abbiamo riunione da enza… e ho appena detto ad una docente di vederci nella scuola in cui operiamo… e così via…
Un’altra cosa importante che non ho detto ieri rispetto a cosa mi spinge a continuare a fare questo lavoro malgrado tante difficoltà e pensieri molteplici sulle vie di fuga, oltre il piacere di essere ascoltata e di avere uno scambio rispetto alle nostre proposte e idee con chi vuole collaborare, singolo, scuola o ente che sia, è la possibilità data a gruppi di bambini e ragazzi.
Non solo l’utilità di cui parlavi te, ma la possibilità aperta a chi ti sta di fronte e intorno… generare possibilità è la cosa che mi interessa di più.
Ecco anche il perchè invio le mie foto fatte all’interno dei percorsi o dei laboratori. Quei momenti sono puro sentire, ho svariati casi di risposte, non solo verbali, date da bimbi e da ragazzi in cui trapela in un momento, abbracciandomi, la profonda convinzione che ci sia una coincidenza tra il fare per sè e fare per l’altro e che questo sia il fare – vivere insieme.
baci, più tardi sento Silvia…
vai a vederla poi Fiona, la cosa più bella è essere insieme a lei… essere in quel teatro con quell’odore e quelle sue luci… sentire il suo tono di voce e vedere quello che riescono a creare i bambini con lei…
buona giornata,
Ilaria.

LA RAGAZZA DELLA NOTTE

Dormo con i piedi accavallati e le mani strette al petto, respiro a volte, a volte taccio e qualcuno si spaventa. Il silenzio della notte mi entra in bocca e come un frutto velenoso mi congeda dalla vita a tratti. Se non fosse questo incanto, o malvagio accadimento, non incontrerei le fate in mezzo al bosco, non attraverserei diverse geografie, non passerei nel buio con un dono necessario per il giorno che viene verso me. L’oggetto magico, carpito tra le pieghe del lenzuolo: la spina, l’acciarino, la scarpetta, l’albero che suona e la piuma dell’orco sono necessari, sono acqua che disseta, cibo buono che mi sfama. Così cammino sopra un pontile stretto, in equilibrio, magica e folle in mezzo alle nebbiosità del giorno, riconoscendo a volte, negli occhi di qualcuno per caso qualche frammento di sogno, e negli occhi del mondo qualche frammento di un mondo da inventare.

photos by Alessandra Baldoni

IL BICCHIERE MEZZO VUOTO MEZZO PIENO

Photo by Maria Chiara Calvani

NON CI SONO PIU’ NUMERI DA PRENDERE

Indosso un canto, e sul filo del giorno m’incammino… 1 chissà cos’è 1 io so cos’è, un canto tredici numeri tredici domande mi sfiorano la pelle, tredici ricami scivolano e s’attorcigliano su me. Sono le voci di mia nonna, voci incagliate, mai dimenticate, echi lontani che profumano di bucato, di lenzuola stirate bene, lenzuola di cotone, lavanda e fiori di geranio. Parole, sussurrate nei pomeriggi d’estate, quando tutto il mondo sembrava addormentato. Quando tutto il mondo sembrava senza fiato e solo le cicale accompagnare il mio respiro al sonno. Indosso parole del cuore, parole tramandate, affilate, levigate, domande intrappolate nella mente della gente semplice e innocente indosso: non ci sono più numeri da prendere.

Photo by Emanuele Piccardo da “Non ci sono più numeri da prendere” di Maria Chiara Calvani

DEDICATO A CHI AMA ANCORA CHI SE NE E’ ANDATO

C’è un punto dove i cuori di chi c’è e di chi non più si tengono vicini, si sfiorano le mani si scambiano opinioni. C’è un luogo di confine dove si può baciare le anime scomparse, un luogo dove il tempo custodisce il sapore delle cose andate, delle persone mai dimenticate, fuggite, sparite dalla quotidianità, dalla realtà. C’è una soglia dove l’incontro con tutto questo si fa fiaba, dove una mano svanita si posa sul tuo collo, dove un respiro diventa parola e la parola affetto. Nel sogno mi tieni la mano, mi parli e mi conduci via con te, nel sogno diventi protettore del mio cuore divento sposa ritorno innamorata, biglia lucida sulla tua mano, e tu diventi il cappello di un mago da cui escono stupori, sapori e parole di cuore.

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