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Madeleine de Scudery, Carte du pays de Tendre, 1654. Incisione di Francois Chauveau

La mappa (…) presuppone l’idea del racconto, è concepita come un itinerario. E’ un’odissea.

Italo Calvino

In termini cartografici, una storia può presentarsi come una traiettoria di un’esperienza su una mappa geografica esistente, così come su un palinsesto, e tale mappa ne verrà trasformata in corso d’opera.

Come il cinema e i suoi generi, molti libri sono costruiti attorno, attraverso e grazie alla mappa di specifici luoghi e, attraverso le loro storie, reinventano e rivisistano località descritte dalla cartografia emozionale. Sicchè tanto nelle opere letterarie imbevute di spazio quanto nei film narrativi, la fiction partecipa alla costruzione di una psicogeografia sociale.

Annette Messanger riconosce il proprio debito in lunga durata nei confronti di Scudery e della Carte du Tendre, esplicitando la connessione nel titolo scelto per una recente mostra statunitense: Map of Temper, Map of Tenderness. Definendosi una “pittrice d’amore”, per molti versi Messager ha rifatto la Carte du Tendre di Scudery. Artista la cui opera nasce in camera da letto non meno che in stduio e si autoproclama il prodotto di “Annette Messager Collezionista” ella colleziona e fa circolare un assotimento di immagini emozionali. Nel 1988, ad esempio, ha realizzato un disegno del “giardino delle regioni tenere”, un dichiarato rifacimento della Carte de Tendre. Le jardin du tendre (1988) è un disegno, ma anche un giradino reale. Dall’albero del silenzio si dipartono vari sentieri, lungo i quali gli stati d’animo si manifestano in forma di siti e creature. Tra essi compaiono “la curva della tenerezza”, “il cammino del caso”, “la strada delle confidenze”, “il monte dell’assiduità”, “i rami dell’oblio”, “i fiori della disputa”, “l’erba della rottura”, “l’albero della riconciliazione” e “il bivio che riporta a casa”. Viaggiando su questa mappa si può scegliere di sostare sulle rive del “lago della tentazione”; meditare al “crocevia dell’ambizione” e ai “cerchi della fertilità”; visitare il “boschetto della solitudine” e scivolare lungo “il pendio delle pene”; o persino indugiare nel “miraggio delle lacrime”.

Messager ha rivisitato questo giardino emozionale in occasione di La Ville, le Jardin, la Memorie (1998), una mostra colelttiva ambientata a Villa Medici a Roma. In My Works (1987), un’installazione che somiglia davvero a una mappa, stringhe di parole connettono frammenti di immagini, creando un vocabolario amoroso che ricorda con forza quello della Carte du Tendre.

La seduzione esercitata dalla mappa di Scudery è evidente anche in My Trophies (1987), paesaggi emozionali disegnati su parti del corpo, che trasformano i piedi in manoscreitti miniati; The Travel Warrant of Annette Messager (1995-96); e Anatomy (1995-96). In tutti questi lavori, la carta delel emozioni incontra il disegno anatomico.

Testo tratto da: Atlante delel Emozioni In viaggio tra arte, architettura e cinema, Giordana Bruno, Ed. Mondadori

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Goya “Il Dos de Majo” 1808

 

 

 

CAPITOLO XI.

Dell’adolescenza di Gargantua.

Dai tre ai cinque anni Gargantua fu allevato ed educato secondo il volere del padre in ogni disciplina conveniente; e passò quel tempo come tutti i bimbi del paese; bevendo mangiando e dormendo; mangiando, dormendo e bevendo; dormendo bevendo e mangiando.

Sempre s’avvoltolava nel fango, s’incarbonava il naso, s’imbrattava la faccia, scalcagnava le scarpe, sbadigliava spesso alle mosche e inseguiva volentieri i farfalloni soggetti alla giurisdizione dell’impero paterno. Si pisciava sulle scarpe, smerdava la camicia, si soffiava il naso nelle maniche, moccicava nella minestra, sguazzava dappertutto, beveva nelle pantofole e si grattava di solito la pancia con un paniere. Aguzzava i denti con uno zoccolo, lavava le mani nella minestra, si pettinava con un bicchiere, sedeva fra due selle col culo a terra, si copriva con un sacco bagnato, beveva mangiando la zuppa, mangiava la focaccia senza pane, mordeva ridendo, rideva mordendo, sputava nel piatto, peteggiava grasso, pisciava contro il sole, si tuffava nell’acqua per ripararsi dalla pioggia, batteva il ferro quand’era freddo, fantasticava chimere, faceva lo smorfioso, faceva i gattini, diceva il pater noster della bertuccia, ritornava a bomba, faceva l’indiano, batteva il cane davanti al leone, metteva il carro davanti ai buoi, si grattava dove non gli prudeva, faceva cantare i merli, troppo abbracciava e nulla stringeva, mangiava il pan bianco per primo, metteva i ferri alle cicale, si faceva il solletico per iscoppiar dal ridere, si slanciava con ardore in cucina, la faceva in barba agli dei, faceva cantar magnificat a mattutino e gli andava a fagiolo. Mangiava cavoli e cacava tenero, discerneva le mosche nel latte, faceva perder le staffe alle mosche, raschiava la carta, scarabocchiava la pergamena, se la dava a gambe, tirava all’otre, faceva i conti senza l’oste, faceva il battitore senza prendere gli uccelletti, prendeva le nuvole per padelle di bronzo e le lucciole per lanterne, pigliava due piccioni a una fava, faceva l’asino per aver crusca, del pugno faceva mazzuolo, voleva mettere il sale sulla coda alle gru per prenderle, sfondava porte aperte, a caval donato guardava sempre in bocca, saltava di palo in frasca, tra due verdi metteva una matura, colla terra faceva il fosso, faceva guardia alla luna contro i lupi, sperava, calando le nubi, prendere le allodole cascate da cielo, faceva di necessità virtù, quale il pane, tale faceva la zuppa, faceva distinzione fra rasi e tonduti, ogni mattina vomitava l’anima. I cagnolini del padre mangiavano nella sua scodella; ed egli mangiava con loro. Egli mordeva loro orrecchie, essi gli graffiavano il naso; egli soffiava loro nel culo, essi gli leccavan le labbra.

E volete, sentirne una, ragazzi? Che il mal di botte v’inghiotta! Questo piccolo porcaccione palpeggiava sempre le sue governanti sopra e sotto, davanti e di dietro e arri somari! E cominciava già a esercitare la braghetta che ogni giorno le governanti gli adornavano di bei mazzolini, di bei nastri, di bei fiori, di bei fiocchi. Esse passavano il tempo a farla rinvenire tra le mani come il maddaleone da impiastri, poi scoppiavano a ridere quand’essa levava le orecchie come se il gioco fosse loro piaciuto.

L’una lo chiamava: mia cannelluccia, l’altra: mio bischero, l’altra: mio ramoscello di corallo, l’altra: mio cocchiume, mio turacciolo, mio trapano, mio stantuffo, mio succhiello, mio pendaglio, mio rude gingillo duro ed arzillo, mio mattarello, mio salciccin di rubino, mio coglioncin bambino.

– È per me, diceva l’una.

– È mio, diceva l’altra.

– Ed io, diceva una terza, debbo dunque restarne senza? Ma allora perbacco lo taglio.

– Tagliarlo! diceva un’altra; ma gli farete male signora mia; tagliereste il pipi ai bimbi? Verrebbe su il signor Senzacoda.

E perché si divertisse come i bambini del paese, gli fabbricarono un bel mulinello con le pale d’un mulino a vento del Mirabelais.

“La meta del desiderio di chi ascolta una storia è la comprensione finale: la sua soddisfazione coincide dunque con la fine del racconto. Più o meno paradosalmente, si potrebbe affermare così, secondo Brooks, che il desiderio implicito nella narrazione è il desiderio della sua fine

“Inequivocabile l’assolutezza del desiderio da cui nasce il racconto, come atto di raccontare fine a se stesso: è in pratica il bisogno di farsi sentire, di essere accettati e capiti, un bisogno che, mai appagato del tutto e mai veramente appagabile, continua a generare il desiderio di raccontare, il tentativo di arrivare ad una versione significativa della vita”

Per illustrare la tesi riguardante il rapporto tra il desiderio e la trama Brooks fa ricorso ad un racconto di Balzac. “La pelle di zigrino” è un talismano che un antiquario consegna a un giovane che girovagava in attesa di darsi la morte (cosa che pensava di non poter evitare dal momento che aveva perso ogni suo avere nel gioco). Il talismano permetterà di soddisfare ogni desiderio che il giovane formulerà. Tuttavia, la sua magia comporta un oneroso pedaggio: a ogni desiderio esaudito essa si accorcerà, e di una proporzionale lunghezza si accorcerà la vita del suo proprietario. quando la pelle sarà consumata, sarà terminata dunque anche la vita del giovane.

La vicenda del talismano è narrata all’interno del racconto di Balzac – dal giovane stesso alla fine di una serata trascorsa con alcune prostitute e con un amico: il giovane racconta infatti la sua vita a quest’ultimo, che tuttavia si è addormentato. Secondo Brooks, il fatto che egli racconti  dunque nel vuoto rende inequivocabilmente l’assolutezza del desiderio da cui nasce il racconto, come atto di raccontare fine a se stesso: è in pratica il bisogno di farsi sentire, di essere accettati e capiti, un bisogno che, mai appagato del tutto e mai veramente appagabile, continua a generare il desiderio di raccontare, il tentativo di arrivare ad una versione significativa della vita. Questo bisogno non è mai “veramente appagabile” perchè, stanti gli assunti di Brooks

l’intellegibilità, il senso, la piena comprensione, dipendono da una totalità narrativa pienamente affermata che non è e non potrà mai essere realizzata.

Se si potesse realizzare una “totalità narrativa” se potessimo conoscere ogni storia in ogni suo aspetto e in ogni nesso che la lega ad altre storie, se potessimo conoscere tutte le storie del mondo, non saremmo degli uomini ma degli dei.

Secondo Brooks, la pelle di zigrino svela infatti il suo carattere paradigmatico in ciò: che mettendo in relazione la soddisfazione dei desideri e la morte rende evidente il paradosso che governa il desiderio sia nella nostra vita reale che nel racconto.

Questa pelle magica – scrive infatti – si ritrae e si contrae con la realizzazione del desiderio, in una sorta di quiete postcoitale in cui anche Freud vedeva un esempio del rapporto fra principio del piacere e pulsione di morte. L’io si afferma grazie alla realizzazione del desiderio, ma questa realizazione di fatto lo sminuisce, lo fa restringere e rimpicciolire fino al punto in cui la pelle si riduce quasi a niente. E questo paradosso dell’Io s’identifica esplicitamente con il paradosso della trama narrativa che viene “consumata” dal lettore<. che diminuisce man mano che si sviluppa.

P. Jedlowski, Storie comuni – la narrazione nella vita quotidiana, Ed. Mondadori

“La comunicazione è l’opposto della conoscenza. E’ nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione su un disinteresse interessato che non fugge il mondo, ma lo muove”.

“L’identità è l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare spirito”

Haruky Murakami (La fine del mondo e il paese delle meraviglie)

“C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito”.

“Il pensiero autobiografico, quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto, è quindi una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita. E’ una compagnia segreta, meditativa, comunicata agli altri soltanto attraverso sparsi ricordi”.

“Perché il guardare alla propria esistenza come spettatori non è solamente operazione impietosa e severa. La rappacificazione, la compassione, la malinconia – quasi evocatrici di un largo musicale – sono sentimenti che, mitigando la nostra soggettività, la aprono ad altri orizzonti. Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che nasce dalla nostra individualità e di cui noi soltanto siamo gli attori, conosce e svela questi istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica e diventa altro. Condivide l’essere al mondo di tutti gli altri; l’egocentrismo che parrebbe caratterizzarlo si muta in un altruismo dell’anima; lascia una traccia benefica soprattutto quando la nostra storia non è più del tutto nostra, quando si scopre che il lavoro sul passato ci riavvicina e il giudicare è difficile. Ciò che è stato poteva forse compiersi altrimenti, la storia avrebbe potuto conoscere altri finali, ma, comunque sia, ora quella storia è ciò che è. E si tratta di cercare di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte.

Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento”.

“Nel mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo – ci rivediamo alla moviola e, come ebbe a dire Marcel Proust, “sviluppiamo i negativi della nostra vita” -, ci riprendiamo tra le mani. Ci prendiamo appunto in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto, e a questo punto, non possiamo che accettare”.

“L’accesso al pensiero autobiografico ci trasforma in artefici e artigiani, in pazienti ricercatori di ogni indizio e traccia di infanzia, giovinezza, prima maturità o piena età adulta e, nondimeno, in meticolosi merlettai e ricucitori dei frammenti, delle tessere disordinate e obliate o, più spesso, rimosse. Per l’impellente esigenza di dimenticare o perché, più semplicemente, nel tempo della vita bambina, giovanile, dell’eccitazione adulta e delle sue frenesie non trovavamo il tempo – nemmeno nei fine settimana – per ricordare e osservarci sulla scena.

Viviamo, nell’istante in cui ripercorriamo le strade, i vicoli, le piazze della nostra vita, la profonda emozione di non essere più del tutto noi stessi. Noi, autori di noi stessi, ci scopriamo non del tutto certi di essere stati e di aver sperimentato quanto ci è accaduto”.

“Il lavoro autobiografico ridimensiona l’Io dominante e lo degrada a un io necessario – anche per l’opera autobiografica – che chiameremo, d’ora in poi, l’io tessitore, che collega e in traccia; che ricostruendo, costruisce e cerca quell’unica cosa che vale la pena cercare – per il gusto di cercare – costituita dal senso della nostra vita e della vita”.

“Ma erroneo e deprimente è vivere l’autobiografia come farmaco per liberarsi dal proprio passato prendendone le distanze.

La vera cura di sé, il vero prendersi in carico facendo pace con le nostre memorie inizia probabilmente quando non più il passato, bensì il presente, che scorre giorno dopo giorno aggiungendo altre esperienze – certo sempre meno sorprendenti di quelle degli anni finiti della giovinezza e della prima età adulta -, entra in scena. E diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi.

Dall’autobiografia del passato, in questo nuovo momento, si accede all’autobiografia del tempo attuale, ai quaderni, agli appunti, alle note di una diaristica quotidiana che ci è necessaria per sentire, non più che si è vissuto, ma che si sta vivendo ancora”.

“Il lavoro autobiografico serve a “cibarsi” d’esistenza, fino al limite delle possibilità consentite dai poteri della memoria o dell’immaginazione, e contemporaneamente a dire “Basta! Ho vissuto tutto ciò che c’era da vivere!”.

Tratti da: Raccontarsi L’autobiografia come cura di sé, Duccio Demetrio Ed. Cortina

Ogni volta che la scienza costruisce un modello, soiega Longo, si perde informazione, si rinuncia in modo più o meno volontario e consapevole, a una parte dell’informazione potenziale contenuta nel fenomeno. E’ una perdita importante, spesso irreversibile, come quando dsi traccia la mappa di un territorio. Studiare il modello può essere utile, ma non è mai come studiare la realtà fenomenica.

Paolo Jedlowski, Il sapere dell’esperienza – fra l’abitudine e il dubbio, Ed. Carocci

Curated by Elfi Turpin

“How do you observe something
from the point of view of the thing observed?”

Anti-Narcissus, whose title we have borrowed here, is a book which by dint of being pondered by its potential ‘author,’ Brazilian anthropologist Eduardo Viveiros de Castro, ended up not being written. The main point of this imaginary book was to answer the following question: What is anthropology’s conceptual debt to the peoples it studies? Viveiros de Castro has opted for answering by writing about this book ‘as if others had written it,’ the upshot being Métaphysiques Cannibales,* in which he engages with, among other things, anthropological theory/practice such as might be carried out using the conceptual tools of the peoples under study, rather than the traditional tools of Narcissus-mentored Western thought, ‘which, by constantly looking at itself in the Other—always seeing the Same in the Other and always asserting that behind the mask of the other is “us” looking at us—ultimately…is only interested in what interests us, which is to say ourselves.’** By contrast, to practise anthropology using the thought modes of the study target presupposes replacing the relationship between knowing subject (the ethnologist, for example) and known object (a people) with a relationship between two subjects who are both knowledge producers, and doing so by asking the ‘objects’ what they think and by thinking from their point of view. The object of study thus becomes a subject again, one through whom we modify our thought modes in order to gain access to his reality.

Viveiros de Castro works with the thought of the Amazon region, out of which have emerged the concepts of multinaturalism and Amerindian perspectivism. These two concepts reverse the Western nature-nurture model which posits one nature and different cultures: in Amazonia all beings are seen as sharing the same ‘cultural’ humanity, which can take different ‘natural’ forms. One culture, different natures. One humanity, different bodies. This humanity is capable of transformation, of assuming multiple human and non-human shapes and the points of view specific to them. Thus multiculturalism and its blind alleys give way to multinaturalism and its attendant perspectivism.

Perspectivism, what’s more, is practical. And its practical reach goes way beyond anthropology. So let’s imagine moving it into the field of art. Let’s imagine an exhibition that recasts the relationships between the viewer, the artwork and the artist, between subject and object: an exhibition in which the viewers would no longer look at the works as objects in which to try to recognise themselves, but as forms of thought produced by artists whose multiple points of view they would try to make their own. Let’s imagine that the artists themselves would no longer produce objects, but motive forms whose functioning and conceptual systems they would borrow from the settings out of which these works would take physical shape, and would speak of them as if others had devised them. Such an exhibition would say nothing about the invisible book, or the visible one, or perspectivism, or anthropology, but it would breathe the same air. The participating artists, authors and contributors might not be acquainted with these books, but they would exchange perspectives and absorb points of view. They would produce mutating, equivocal forms with no fixed identity. They would be working at expanding reality.

*Eduardo Viveiros de Castro, Métaphysiques Cannibales (Paris: PUF, 2009).
**Patrice Maniglier, quoted in Viveiros de Castro, op. cit., p. 5.

With Kenneth Anger, Alain Della Negra & Kaori Kinoshita, René García Atuq, Yann Gerstberger, Kapwani Kiwanga, Seulgi Lee, Basim Magdy and Daniel Steegmann Mangrané, and a contribution from Santiago García Navarro & Bernardo Zabalaga.

Exhibition supported by the Swiss Arts Council Pro Helvetia.

Events:
February 23, 11:30am: Opening brunch
March 16, 4pm: Contemporary art weekend—encounter with Seulgi Lee
April 8, 7pm: Talk by Bertrand Prévost
May 11, 4:30pm: Lecture/performance by Kapwani Kiwanga

Di pomeriggio il bosco

fa l’incanto del sonno. 

Il riposo è profondo

il ritorno è lontano.

Franco Fortini

rosicchio e rodo/zucchero e lenzuolo/di notte sforno/sogni duri/come meringhe.

Elisa Biagini

facciamo sogni/ uguali? I nervi/ rampicanti verso/il fuori s’incontrano,/ si fanno tappeto,/arazzo del nostro/sonno.

Elisa Biagini

In sogno/mi pareggi le unghie/coi tuoi denti: mi hai fatta/e mi puoi sfare, un boccone/ alla volta.

Elisa Biagini

“Essere pronti a recepire ciò che la mente non è portata a pensare è ciò che merita il nome di pensiero”

(Jean Francois Lyotard, L’inumano)”

Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”

(Ludwig Wittgenstein Tractatus logico-philosophicus)

Vedo i paesaggi sognati con la stessa chiarezza con cui fisso quelli reali. Se mi chino sui miei sogni è su qualcosa che mi chino. Se vedo la vita passare sogno qualcosa.

Di qualcuno, uno ha detto che per lui le figure dei sogni avevano lo stesso rilievo e profilo di quelle della vita. Per me, anche se potrei comprendere che si usasse una frase simile, non l’accetterei. Le figure del sogno per me non sono uguali a quelle della vita. Sono parallele. Ogni vita – quella dei sogni e quella del mondo – ha una realtà uguale e propria, ma diversa. Come le cose prossime e le cose remote. Le figure dei sogni sono più prossime a me, ma (…)?

(F. Pessoa Il libro dell’inquietudine)

“La vera vita è quella del sogno – a volte il sogno è un baratro fatale”

(F. Fellini Lo sceicco bianco)

Che cosa è la curiosità? Quali paesaggi suscita? Quali smottamenti del pensiero produce? Quali familiarità contesta? E ancora: cosa ha a che fare la curiosità con la filosofia? I latini, come svela l’etimologia della parola, hanno intuito la stretta parentela tra la curiosità e la cura. Il curioso è colui che ha premura, che si prende cura. Chi ha pensato e vissuto la curiosità come un esercizio filosofico perenne è stato Michel Foucault. Una curiosità che ha animato non solo i suoi lavori, ma che è debordata in un profluvio di scritti, articoli, polemiche, interviste riproposti in parte dall’editore Marietti: un esercizio di “giornalismo filosofico“, come lo ha definito lo stesso filosofo francese. Un “esercizio” che abbraccia una casistica ampia: dalla nascita della prigione ai processi di medicalizzazione, dalla questione del soggetto ai regimi di verità.

Ma come si pratica la curiosità? “La curiosità – ha scritto Foucault – evoca la “cura”, l’attenzione che si presta a quello che esiste o che potrebbe esistere”. Il reale e il possibile, dunque: i due registri sui quali il filosofo “gioca” la sua curiosità. In questo rimando tra il reale e il possibile è sottesa, come in un nocciolo, tutta la portata che ha per Foucault il discorso filosofico. Il pensiero che vale la pena praticare non è quello che “cerca di assimilare ciò che conviene conoscere, ma quello che consente di smarrire le proprie certezze”. La curiosità che lo anima “non si immobilizza davanti al reale”, ma cerca di “disfarsi di ciò che è familiare”, si esercita “a guardare le cose diversamente”. Il pensiero allora ha a che fare con lo spaesamento, con la capacità di dislocare, di esporre il familiare all’inusitato, di inquietare. Per Foucault “il sapere non è fatto per consolare: esso disillude, rende inquieti, incide, ferisce”.

Un pensiero che non rimane alieno rispetto al reale. Come nota Mauro Bertani, nella postafazione di “Discipline, Poteri, Verità”, per Foucault “il pensiero, le idee, i discorsi hanno una forza materiale“. Il pensiero non appartiene a un piano metastorico, né è staccato dall’esistenza: anzi la invade, la permea, la stilizza. Per questo il filosofo francese ha parlato dei suoi libri e delle sue ricerche come di “frammenti di autobiografia”.

A chi – come nella polemica con gli intellettuali organici al parito comunista – gli rimproverava di avere costruito, attraverso le sue ricerche sulla follia e sulla nascita delle prigioni, una sorta di metafisica del potere, una visione nella quale il potere arriva a coprire e soverchiare l’intero reale, il filosofo francese opponeva un’insurrezione fatta di una trama di strategie e lotte: “Quel che voglio fare è operare una interpretazione, una lettura di un certo reale, tale per cui, da un lato, questa interpretazione possa produrre degli effetti di verità e, dall’altro, questi effetti di verità possano diventare degli strumenti nell’ambito di lotte possibili. Dire la verità perché sia attaccabile. Decifrare uno strato di realtà in modo che ne emergano le linee di forza e di fragilità; i punti di resistenza e i possibili punti di attacco, le vie già tracciate e i percorsi che le intersecano. Quel che cerco di far apparire è una realtà di lotte possibili”. Il potere – nella concezione di Foucault – è un campo di forze e di rapporti di forze, sempre reversibili, mobili, aperti. Dove c’è potere c’è resistenza, e quindi possibilità di operare il cambiamento, di agire su registri nuovi, di attivare rapporti inediti, di aprire nuove lotte. Un percorso che porterà Foucault a collocare al centro del suo discorso filosofico la pratica della libertà.

Una ricostruzione della costellazione del pensiero di Foucault (dei suoi snodi, dei suoi “spostamenti teorici”, dei suoi ripensamenti, delle sue aporie) è offerta da Vincenzo Sorrentino ne Il pensiero politco di Foucault. Il potere, l’intreccio tra sapere e potere, le discipline, la genealogia, la cura di sé, l’ascetismo, la stilizzazione dell’esistenza, il soggetto e le tecniche di soggettivazione: un pensiero che a distanza di oltre venti anni dalla morte del filosofo non smette di affascinare e inquietare. Sorrentino individua il “cuore” del discorso di Foucault – che in qualche modo ha guidato tutto il suo percorso – e che il filosofo francese eredita da Nietzsche: “Il principio generale di Foucault è il seguente: ogni forma è un composto di rapporti di forza” (Deleuze). Non c’è una sostanza, un fondamento, un fondo. Non c’è un’origine, né una destinazione finale. “Lo spazio teorico all’interno del quale si muove la ricerca del filosofo francese – scrive Sorrentino – è costituito, innanzi tutto, dalla critica nietzcheana del soggetto e dalla correlata concezione del vivente come “configurazione complessa” e della realtà quale rete in cui “tutto è concatenato e condizionato”.

La concezione del reale come un campo di lotte, un fascio di rapporti sempre reversibili – “il reale è polemico” scrive Foucault – non costituisce una negazione della libertà, ma la sua esaltazione. Non si risolve in un restringimento dell’etica, ma nella sua stilizzazione. Ma quale libertà? Sorrentino evidenzia le oscillazioni semantiche che la pratica della libertà subisce in Foucault, una libertà da un lato concepita “come libertà dell‘individuo di porsi quale principio creatore di sé. Eppure, per un altro verso, essa è anche pensata quale libertà da sé, perdita di sè, uscita da se stessi. Si profila una concezione, allo stesso tempo, autopoietica ed estatica dell’individuo”.

Libertà ed etica: una non si dà senza l’altra, una è condizione dell’altra. “La libertà – ha scritto Foucault – è la condizione ontologica dell’etica. Ma l’etica è la forma riflessa che assume la libertà”.

Michel Foucault, Discipline, Poteri, Verità, Marietti

Vincenzo Sorrentino, Il pensiero politico di Foucault, Meltemi

Gli archetipi sono forme immaginative, simboli di concetti ed istinti primordiali, sono, secondo una definizione di Jung “… modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana” (Simboli della trasformazione in Opere vol.V Boringhieri To 1970).
Temi e schemi dominanti nella vita dell’uomo, che si ritrovano in ogni cultura, e che hanno un’eco nei miti, nelle favole, nelle leggende, gli archetipi, come simboli delle stesse energie primarie che animano ed originano i comportamenti umani, sono impronte presenti nell’uomo come una eredità genetica, come un marchio di appartenenza ad una razza. Questa visione amplia il concetto di inconscio individuale in inconscio collettivo, il contenitore simbolico che riunisce in un processo dinamico ogni individualità. Possiamo immaginare l‘inconscio collettivo come un grande fiume che tocca ogni sponda, e che in se’ contiene tutto ciò che era presente alla sorgente. Gli archetipi che si muovono in questa dimensione, sono qualcosa di molto più profondo del simbolo, sono la focalizzazione di un simbolo, il seme grazie a cui il simbolo evolve.
L’espressione di energia archetipica è presente in ogni esperienza umana: si evolve da una matrice innata ed inconscia, si manifesta come simbolo o come immagine, ed in seguito si esprime come sentimento ed emozione. Le emozioni comprendono dolore, amore, entusiasmo, passione, estasi ecc…e sono il livello più cosciente dell’energia archetipica.
Possiamo accorgerci o sperimentare gli archetipi in ogni fase della nostra vita: nel momento in cui lasceremo la casa di origine per avventurarci nel mondo, potremo sentire l’azione dell’archetipo del viaggio, nel momento in cui faremo figli sentiremo il potere del femminile, della madre, dell’anima o, se siamo uomini, il maschile, il grande padre, il logos. Ogni fase della nostra vita ci confronterà con queste energie che facilmente si manifesteranno nei nostri sogni.
Gli archetipi principali (da cui originano tutti gli altri), sono sette e si considerano in coppie di opposti: Femminile e Maschile, Nemico ed Eroe, Morte-Rinascita e Viaggio, mentre l’archetipo primario del Se’, nucleo fondamentale dell’individuo, sarà centrale ed isolato in una tensione dinamica con tutti gli altri.

L’archetipo del viaggio
Il viaggio reale e quello che avviene nei sogni esprimono nella loro potenza archetipica il fondamentale viaggio: quello che si compie all’interno di se’.
L’archetipo del viaggio comprende ogni movimento umano, ogni tensione verso l’esterno, verso il futuro o verso un obiettivo, ogni ricerca di altro da se’ e ogni immersione dentro di se’. Il viaggio viene riassunto nel percorso che porta in avanti l’individuo, in un continuo procedere che è parte integrante dell’evoluzione umana. Dal punto di vista prettamente naturale e fisico questo viaggio nel tempo lineare presuppone un movimento verso picchi di energia piena e vitale (età adulta) per terminare con l’ invecchiamento e la morte e l’incontro con l’ archetipo opposto: morte-rinascita.
In ogni ciclo del percorso umano la spinta evolutiva del viaggio si scontra con le spinte regressive dell’archetipo del nemico: ostacoli, paura, il drago interiore pronto a manifestarsi in ogni fase di passaggio.
L’ineluttabilità del viaggio del corpo nella vita, va di pari passo con la propensione dell’uomo al viaggio verso la scoperta e l’ignoto. Vera scintilla dell’intelligenza divina spinge l’uomo ad uscire dalle sicurezze acquisite per amore della conoscenza, alla ricerca di qualcosa che manca o che si crede.
Fin dall’antichità l’uomo ha avvertito questo bisogno del viaggio, simbolo della ricerca di verità, di spiritualità, di immortalità, di avventura, di benessere e pace. Da Ulisse ad Enea, ai fantastici viaggi di Gulliver, alle peregrinazioni del popolo Ebreo, alla cerca del Graal, molti sono gli esempi in letteratura, nella storia, ma anche nella vita di ogni giorno, dell’ istinto che nell’uomo volge verso l’ignoto, strappandolo alle certezze ed agli affetti.
Tutto ciò, secondo Jung può partire da una insoddisfazione che è spinta primaria alla ricerca di nuovi orizzonti, e di nuove esperienze, oppure da una “distrazione da se’ ” che ricerca l’avventura per il gusto di novità ed emozione, o da una consapevole ricerca del tassello da aggiungere al sapere o al benessere individuale o di gruppo.
In ogni caso il viaggio cambierà l’individuo, agirà sul suo corpo e sul suo spirito trascinandolo come un’onda lungo l’unico vero viaggio di cui ogni altro è simbolo: il percorso di individuazione.
Nei sogni l’archetipo del viaggio è di frequente rappresentato nei sentieri e nelle strade da percorrere, nella montagna da salire, nei mezzi di trasporto e nella capacità di condurli , in tutto ciò che scorre e va, dai treni all‘acqua corrente, nelle azioni dell’avanzare in luoghi impervi ed oscuri, negli spostamenti in citta lontane.
Il viaggio reale e quello che avviene nei sogni esprimono nella loro potenza archetipica il fondamentale viaggio: quello che si compie all’interno di se’.

Marzia Mazzavillani Copyright © Vietata la riproduzione totale o parziale del testo

L’archetipo Femminile
Se non possiamo “immaginare” la nostra vita, diventiamo vittime dell’immaginazione altrui.
femminile” è l‘archetipo che riunisce tutti gli aspetti legati all’intuito ed alla ricettività. Yin ricettivo nelle culture orientali, “anima”, in quelle occidentali, si esprime nelle proprietà dell’emisfero destro attraverso il pensiero analogico, sintetico, intuitivo, e si manifesta nella mano sinistra (il contrario per i mancini).
E’ una subpersonalità che esiste in ogni individuo, maschio o femmina, ma nella donna porta le qualità dominanti del suo spirito, nell’uomo è presente come opposto, che per certi aspetti si può integrare.
Al femminile interiore sono legate la capacità di sognare e percepire, le sensazioni, le immagini e le visioni, ma pure le funzioni del sentimento e dell’ emotività, che si esprimono nella cura dei rapporti, dei figli e delle cose, nella ricerca della “bellezza”, nel desiderio di una “crescita” nella relazione, ma pure nella irrazionalità, nella mancanza di limiti, in una ricerca di “fusionalità” che può essere soffocante.
Il femminile presenta infatti anche un lato oscuro, che può essere distruttivo e divorante. Pensate a quante figure di questo tipo si ritrovano nei miti, nelle favole e, al giorno d’oggi, al cinema: la madre terrribile, la strega, la matrigna, la traditrice, la dark lady, l’assassina…..
E’ molto legato alla modalità inconscia. Quando facciamo qualcosa senza sapere perchè, sentendo una spinta che viene da dentro, stiamo seguendo il nostro femminile interiore che ha la capacità di muoversi verso l’ignoto, comprendere l’insieme di una situazione, cogliere tutti i particolari, pensare in modo globale, trovare connessioni.
Alla femminilità appartengono sensualità, fecondità e capacità di procreare, e questa spinta biologica si esprime simbolicamente nel proteggere e dare calore, nella creatività ed espressività artistica o artigianale, nelle opere manuali, nell’abilità di realizzarle.
Nei sogni appare attraverso numerosi simboli: la terra, la luna, la grotta, la notte, ma pure nelle figure femminili e nei loro ruoli: la madre, la nonna, l’infermiera, la sacerdotessa, l’adolescente, l’amante, la prostituta…..e riconnette il sognatore con i bisogni del suo corpo, con la necessità di rallentare le attività ed ascoltarsi, col riuscire a stare nel dolore, col sentimento della comprensione e dell’empatia.
Femminile è “sentire”, avere consapevolezza del ” mistero”,
è l’inizio e la fine: l’utero e la tomba.

L’archetipo maschile
Se il femminile intuisce, il maschile realizza. Quando il femminile dà una direzione, il maschile la percorre fino in fondo. Il femminile “sente”, il maschile “sa”. Se il femminile dice: Come stai? Il maschile replica: Cosa fai? Femminile è legato all'”essere”. Maschile al “fare”.
Lo stereotipo che ne consegue di uomo attivo e donna ricettiva, ha un’origine arcaica che continua ad influenzare la vita simbolica degli essere umani.
Muoversi verso una direzione prefissata con un intento ben preciso e con la voglia di realizzare un obiettivo, sono le modalità che vengono incarnate dal maschile. L’energia che emana questa parte archetipica presente in ogni individuo, è energica ed assertiva, tutta tesa nell’affermazione di se stessa e nel compimento di un lavoro o di un progetto.
E’ legata al principio yang ed al regno dello spirito e delle idee, ai simboli del sole, del cielo, alla potenza primordiale di Zeus, al Dio dell’Antico Testamento, al numero uno. “Animus”, nella accezione junghiana di aspetto maschile inconscio della psiche femminile, porta anche alla donna qualità che possono sostenerla nella realizzazione attiva dei suoi sogni. Si manifesta in un atteggiamento penetrante e decisivo che sa discriminare e portare a compimento l’idea di partenza, che sa agire con determinazione.
Connesso all’emisfero cerebrale sinistro, si esprime nella parte destra del corpo in modo analitico e logico, affrontando ogni problema un passo dopo l’altro. E’ legato al tempo lineare, ad una sequenza lineare di pensieri, alla storia ed al tempo come noi lo concepiamo. E’ una energia attiva e veloce, educata a “funzionare” per ottenere qualcosa, e a rimuovere gli ostacoli che si presentano usando chiarezza e forza passionale.
Le figure attraverso cui il maschile veicola i suoi valori nella vita, sono: il padre, l’eroe, Dio, lo sportivo, il re, il patriarca, il prete, il Papa, il cavaliere, l’eremita, il militare…… Il polo legato all’ombra e agli aspetti più negativi produrrà: lo stregone, l’assassino, il serial killer, il dittatore, il diavolo, l’uomo nero, il vampiro …..
Nei sogni sarà rappresentato da figure di uomini sconosciuti e non, che potranno indicare la necessità, per il sognatore, di “muoversi” ed integrare aspetti tipicamente legati all’azione, o al ruolo rappresentato, oppure sarà suggerito nei simboli della spada, dello scettro, nel sole, il minareto, la torre…in oggetti fallici che penetrano ed invadono, che riempiono, che coprono.
Il maschile è legato in tensione dinamica al suo opposto: l’archetipo del femminile, che lo equilibra e lo completa. La mancanza di questo equilibrio porterà nel maschile ad un eccesso di attivismo, al raggiungere una meta ambita e non “riconoscerla” più, al fare e funzionare compulsivo alimentati dall’ansia, che coprono la paura ancestrale della morte. Il maschile cerca uno “scopo” ed ha bisogno della concretezza e della razionalità come antidoto al vuoto ed al mistero della vita.
Lo squilibrio verso il femminile, alimenterà al contrario una fantasia senza limiti, visioni e desideri del tutto scollegati dalla realtà, porterà ad intuizioni e sogni che non saranno mai realizzati, alla paura del “vivere” che facilmente sfocia nella depressione e nell’angoscia.

L’archetipo nemico
Ogni giorno della sua vita l’individuo si confronta con questo potente archetipo opposto e complementare a quello eroico, e in questo faccia a faccia si alimentano le crisi, le depressioni, i blocchi, l’odio, gli omicidi, le guerre, gli stermini, le sconfitte.
Nemico è tutto ciò che si pone sul cammino dell’essere umano e lo destabilizza, lo ostacola o lo impaurisce, archetipo di tutto ciò che spezza l’armonia, che distrugge le certezze, che divide e limita.
Il primo “nemico” appare all’uomo all’uscita dal paradiso originario perchè nemico è la realtà stessa. Nella vita e nella percezione che ne abbiano, non c’è nulla di immutabile, le cose si succedono, le situazioni si accavallano, il tempo scorre, e ciò che è stato costruito viene distrutto e ciò che ha raggiunto un equilibrio viene ribaltato.
Perchè ogni fase di costruzione e di consolidamento contiene già il germe “nemico” che distruggerà e che porterà a regressione. Il nemico è la fine, l’annullamento, la morte.
La vita dell’uomo è un continuo misurarsi con ogni genere di nemico. Il nemico in carne ed ossa e armato che può attentare alla vita, quello subdolo e defilato che complotta allle spalle, quello che odia, che invidia, che ha ricevuto un torto, che si è sentito ferito, gli ostacoli nemici, le condizioni sfavorevoli, gli avvenimenti che si svolgono secondo logiche misteriose, e infine i nemici interiori: gli aspetti istintivi imprigionati e dimenticati nelle profondità dell’inconscio individuale, che nell’ ombra tramano e riescono a sabotare il benessere, la salute, le relazioni.
Ogni giorno della sua vita l’individuo si confronta con questo potente archetipo opposto e complementare a quello eroico, e in questo faccia a faccia si alimentano le crisi, le depressioni, i blocchi, l’odio, gli omicidi, le guerre, gli stermini, le sconfitte.
L’esperienza individuale di fronte al nemico genera collera, paura, malinconia sofferenza, morte.
Il nemico si manifesta con frequenza nei sogni attraverso i mostri, gli assassini, i diavoli e gli spiriti maligni, i gangster o i ladri, i malvagi, gli psicopatici, la morte, o si incarna in simboli inquietanti come un cappio, un muro invalicabile, un precipizio senza fondo, un antro oscuro e malefico.
Confrontarsi nei sogni e combattere con il nemico o trovare alternative atte a superarlo illesi o a meglio conoscere il suo male, è un’utile esercizio che predispone all’integrazione dell’archetipo eroico e a meglio affrontare la realtà, ben lo sapevano i Senoi della Malesia, il popolo dei sogni, che consigliavano di non fuggire di fronte ai personaggi onirici ostili, ma di affrontarli superarli o renderli alleati, al fine di affrontare, superare, “vincere” il nemico della realtà.

L’archetipo eroe

Tutte le volte che nella nostra vita siamo alle prese con il “drago”della paura, del dolore, della morte possiamo scegliere di immedesimarci con questo archetipo eroico e scegliere quindi la “vita” di fronte alla “non vita”, possiamo immergerci e confidare sempre più in noi stessi nell’affrontare le nostre vicende più o meno drammatiche, oppure fuggire con il pensiero, con il rifiuto, con il vittimismo.
L’eroe, termine da declinarsi anche al femminile, è archetipo dell’energia che che affronta la vita con padronanza e riconoscenza, avendo consapevolezza delle difficoltà e del dolore, ma senza farsene sommergere o vincere, è colui che affronta il nemico, che avanza e supera anche ciò che appare insormontabile.
L’eroe appare in tutte le fiabe e i racconti mitologici come simbolo della possibilità di andare avanti nel proprio viaggio vitale e trovare un significato a questo movimento, e la sua battaglia contro il mostro, il nemico, il drago, da cui esce vittorioso, non è solo dimostrazione della sua forza e volontà, ma del potenziale di trasformazione che lo renderà più consapevole di se’, che porterà nuova vita, nuova energia al suo percorso.
La ricompensa del viaggio dell’eroe e delle prove da lui affrontate, sarà il senso di comunione con il tutto, la comprensione e l’indulgenza nei confronti degli altri. L’energia dell’ archetipo eroico è aperta, proiettata verso l’esterno, positiva, il suo scopo è l’azione e la vittoria, la soluzione e l’ unione di ciò che appare come caos o divisione.
Tutte le volte che nella nostra vita siamo alle prese con il “drago”della paura, del dolore, della morte Achille possiamo scegliere di immedesimarci con questo archetipo eroico e scegliere quindi la “vita” di fronte alla “non vita”, possiamo immergerci e confidare sempre più in noi stessi nell’affrontare le nostre vicende più o meno drammatiche, oppure fuggire con il pensiero, con il rifiuto, con il vittimismo.
La prima possibilità ci porterà forza e consapevolezza, la seconda mancanza e vuoto interiore. Saremo bloccati. Invece di “uccidere il drago”, uccideremo noi stessi. ( Si pensi a quanto spesso di fronte al dolore o alla paura ci si rivolge contro il corpo con atti più o meno coscienti di aulesionismo: anoressia, bulimia, ferite inferte, diete o regimi sportivi sconsiderati ecc..)
E’ però molto importante non identificare totalmente la figura dell‘Eroe con il Guerriero, altro archetipo fondamentale nella vita umana. Il guerriero si realizza nella lotta ed annientamento del nemico, l’eroe ha in se’ la capacità di lottare e combattere, ma il suo scopo è l’integrità e la ricerca di significato.
La sua figura ha connotazioni positive, le sue qualità sono la nobiltà, la bontà d’animo, la verità.
L’eroe compare nei sogni sotto forma di simbolo come un messaggio da leggere, un tesoro scoperto, una medicina che può guarire, una battaglia vinta, il trionfo o la celebrazione di qualche avvenimento, oppure in forma più diretta: un condottiero generoso un medico, un salvatore, una figura spirituale che esprime sentimenti elevati, proiettata verso il futuro e verso il raggiungimento di un nobile obiettivo.

DA WIKIPEDIA
Il sogno è un fenomeno legato al sonno e in particolare alla fase REM del sonno, caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni apparentemente reali.
Lo studio e l’analisi dei sogni inducono a riconoscere un tipo di funzionamento mentale avente leggi e meccanismi diversi dai processi di pensiero che sono oggetto di studio della psicologia tradizionale. Freud nel ‘900, spiegò questa modalità di funzionamento dell’apparato psichico descrivendo la psicologia dei processi onirici e suddivise il funzionamento dell’apparato psichico in due forme che chiamò processo primario e processo secondario.
Secondo tale teoria psicoanalitica classica, il sogno sarebbe la realizzazione allucinatoria durante il sonno di un desiderio inappagato durante la vita diurna.
Dopo Freud, molti analisti di varie correnti si sono interessati al sogno. Contributi originali sono stati portati nel 1952 da Ronald Fairbairn, per il quale il sogno sarebbe un fenomeno schizoide, da interpretare alla luce della teoria degli oggetti parziali della Klein, ponendo l’accento sull’aspetto simbiotico della personalità.
Bonime nel 1962 propone una teoria del sogno basata sulla concezione che il sogno sia un autoinganno volto a preservare e a rafforzare un modello di vita, ponendo l’accento sull’aspetto comportamentale sociale della personalità.

Neurologia dei sogni

Non esiste una definizione biologica universalmente accettata dei sogni. In generale si osserva una forte corrispondenza con la fase REM durante la quale un elettroencefalogramma rileva un’attività cerebrale paragonabile a quella della veglia. I sogni che si ricordano, non avvenuti durante la fase REM sono a confronto più banali.[1] Un uomo in media sogna complessivamente per sei anni durante la sua vita[2] (circa due ore per ogni notte[3]). Non sa in quale area del cervello hanno origine i sogni nè se abbiano origine in una singola area o se più parti del cervello vi concorrano né lo scopo dei sogni per il corpo e la mente.

Scoperta della fase REM

Nel 1953 Eugene Aserinsky scoprì la fase REM lavorando nello studio del suo assistente, già dottore in filosofia. Aserinsky notò che gli occhi dei dormienti, durante il sonno, si muovono pur con le palpebre chiuse, mentre usava un poligrafo per registrare le onde cerebrali durante questi periodi. In una sessione svegliò un paziente che stava piangendo durante la fase REM, potendo quindi trovare conferma in quanto aveva presupposto precedentemente.[5] Nel 1953 Aserinsky e il suo assistente pubblicarono gli studi effettuati sulla rivista Science.[6]
Nel 1976, J. Allan Hobson and Robert McCarley propose una nuova teoria che cambiò radicalmente il sistema di ricerca, sfidando la precedente visione Freudiana dei sogni come desideri del subconscio che dovrebbero essere interpretati. La teoria di attivazione di sintesi asserisce che le esperienze sensitive sono fabbricate dalla corteccia come un mezzo per interpretare i segnali caotici dai ponti neuronali. Questi propongono che durante la fase REM, le onde della sinapsi ascendente PGO (ponto-genicolo-occipitale) stimolano la parte alta del mesencefalo e il proencefalo, producendo rapidi movimenti degli occhi. Il proencefalo così attivato sintetizza il sogno all’esterno delle informazioni generatasi internamente. Questi presumono inoltre che le stesse strutture che inducono le stesse strutture indurrebbero anche le informazioni sensoriali della fase REM.

Le ricerche di Hobson e McCarly nel 1976 suggerirono che i segnali interpretati come sogni hanno origine nel tronco del cervello durante la fase REM. Comunque, la ricerca di Mark Solms suggerisce che i sogni sono generati nel romboencefalo, e che la fase REM e i sogni non sono direttamente correlati .[7] Lavorando nel reparto di neurochirurgia ad ospedali in Johannesburg e Londra, Solms aveva accesso a pazienti coi vari danni al cervello. Cominciò quindi ad interrogare pazienti sui loro sogni e scoprì che coloro che avevano registrato danni al lobo parietale avevano smesso di sognare; questa scoperta era in linea con la teoria del 1977 di Hobson. Comunque, Solms non incontrò casi di perdita della capacità di sognare nei pazienti che avevano danni al tronco cerebrale. Questa conclusione forzò la teoria prevalente di Hobson secondo la quale il tronco è la fonte dei segnali che vengono interpretati come sogni. Solms formulò l’idea del sogno come una funzione di molteplici e complesse strutture cerebrali, confermando quanto presupposto dalla teoria freudiana dei sogni, idea questa che aveva incontrato le critiche di Hobson.

Continual-activation

Combinando le ricerche di Hobson e Solms, la teoria di continual-activation del sognare presentata da Jie Zhang propone che sognare è un risultato dell’attivazione di cervello e della sintesi allo stesso tempo, poiché il sogno e la fase REM del sonno sono controllati da differenti meccanismi cerebrali. Zhang ipotizzò che le funzioni del dormire sono una sorta di trasferimento delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine, sebbene non vi sia una assoluta certezza sulla teoria del “consolidamento” della memoria. Il sonno non-REM tratta la memoria consapevole-relativa, e il sonno-REM tratta la memoria relativa ed inconscia (memoria procedurale)

Zhang presumette che durante la fase REM, la parte inconscia del cervello è occupata nel processare la memoria procedurale; nel frattempo, il livello di attività nella parte consapevole del cervello scenderà ad un livello molto basso come i contributi dal sensorio, che risulterà fondamentalmente disconnesso. Questo provocherà il meccanismo di “continuo-attivazione” che genererà un fiume di dati dalla memoria immagazzinata alla parte consapevole del cervello. Zhang propone che, col coinvolgimento del sistema pensante ed associativo, sognando, il cervello del sognante mantiene la stessa memoria finché non si verifica la successiva inserzione di memoria. Questo spiega perché i sogni hanno ambo le caratteristiche della continuità (all’interno di un sogno) e cambi improvvisi (tra due sogni).[9][10]

Sogni e memoria

Eugen Tarnow suggerì che i sogni sono una forma di stimolazione continua della memoria a lungo termine, durante tutto il corso della vita. La stranezza dei sogni è dovuta alla configurazione della memoria a lungo termine, memore delle scoperte di Wilder Penfield e Rasmussen secondo le quali le stimolazioni elettriche della corteccia cerebrale darebbero origine ad esperienze sensoriali del tutto simili ai sogni.

Durante la normale attività giornaliera una funzione esecutiva interpreta la memoria a lungo termine, verificando la veridicità dei singoli eventi. La teoria di Tarnow è una riscrittura della teoria di Sigmund Freud sui sogni, nei quali l’inconscio è sostituito col sistema di memoria a lungo termine ed il Lavoro di Sogno di Freud descrive la struttura di memoria a lungo termine.[11]
Location of hippocampus
Location of hippocampus

Ippocampo e memoria
Un studio del 2001 ha mostrato l’evidenza che le ubicazioni illogiche, i caratteri e i flussi di sogno possono aiutare il cervello a fortificare il concatenamento ed il consolidamento della memoria semantica. Questa occasione potrebbe realmente verificarsi, in quanto, durante la fase REM, il flusso di informazioni tra l’ippocampo e la corteccia si riduce. Livelli in aumento dell’ormone dello stress Cortisolo fanno inoltre decrescere (spesso durante il sonno di REM) la comunicazione. Una tappa del consolidamento della memoria è il concatenamento di ricordi distanti ma correlati. Payne e Nadel hanno ipotizzato che i ricordi vengano concatenati in un resoconto liscio simile ad un processo che accade quando la mente è sotto stress.

Funzione dei sogni

Ci sono molte ipotesi relativamente alla funzione dei sogni. Durante la notte ci possono essere molti stimoli esterni, ma la mente rielabora gli stimoli e ne fa parte integrante dei sogni, nell’ordine in cui il sonno procede. Comunque, la mente sveglia un individuo se questo dovesse trovarsi in pericolo o se qualificato a rispondere a certi suoni, come ad esempio un bambino che piange. I sogni possono permettere anche alle parti represse della mente di essere soddisfatte attraverso la fantasia mentre tiene la mente consapevole da pensieri che causerebbero un risveglio improvviso.[12] Freud suggerì che gli incubi lasciano che il cervello controlli emozioni che sono il risultato delle esperienze dolorose. I sogni lasciarono anche esprimere alla mente sensazioni che sarebbero normalmente soppresse da svegli, tenendosi così in armonia. I sogni possono inoltre offrire una vista sulle emozioni legate ad eventi futuri, come ad esempio accade nel periodo di veglia, in occasione di un colloquio di lavoro o comunque di una esperienza emozionante.

Jung suggerì che i sogni possono compensare atteggiamenti unilaterali che si tengono da svegli. Ferenczi propose che il sogno può comunicare qualcosa che non si sta dicendo completamente. Ci sono state anche analogie con le operazione di manutenzione automatica dei computer operate quando questi sono in modalità off-line. I sogni possono rimuovere “nodi parassiti” e altra spazzatura dalla mente durante il sonno.[13][14] I sogni possono creare anche nuove idee attraverso la generazione di mutazioni di pensiero casuali. Alcune di queste possono essere rifiutate dalla mente come inutili, altre possono essere viste come preziose e mantenute. Blechner[15] definì questa come la teoria dell’Onirismo Darwiniano. I sogni posso inoltre regolare l’umore .[16] Hartmann[17] disse che i sogni posso funzionare come la psicoterapia “attivando connessioni in un posto sicuro” e permettendo al sognante di integrare cose e pensieri che altrimenti verrebbero dissociati quando sveglio. Recenti studi di Griffin ha condotto alla formulazione della teoria di adempimento dell’aspettazione di sognare che suggerisce che sognando metaforicamente si completano modelli di aspettazione emotiva e consequenzialmente si abbassano i livelli di stress.[18][19]

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Una Risposta to “APPUNTI”

  1. maria Says:

    Cari amici … vi invito per tempo il:

    31 Gennaio a ROMA

    ad una:

    RIEVOCAZIONE STORICA DI UN SALOTTO LETTERARIO

    L’ evento avrà luogo Venerdì 31 Gennaio alle ore 19 presso la libreria Assaggi di S. Lorenzo, in via degli Etruschi 4, a Roma.

    Seguiremo, assieme a Paola Capponi, un percorso nel mondo raffinato dei sentimenti “alla francese” sulla Carte de Tendre di Mademoiselle de Scudéry, leggendo alcune lettere di Madame de Sévigné, alcuni passi del romanzo “Clélie” , brani tratti da Molière, da La Fontaine, Perrault e altri.

    Ai presenti verranno affidate alcune letture.

    Io e Ottavia Rausa eseguiremo alcune sonate di Joseph Bodin des Boismortier per flauto dolce e violino per accordi, come sapete..su strumenti d’ epoca.

    venite s’il vous plait e diffondete!

    un caro saluto, Maria de Martini

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